sabato 18 marzo 2017

Intervista a Flavia di Luzio, di Misterfolk

La seguente intervista a Flavia di Luzio, viene pubblicata per gentile concessione di Mister Folk.

I più attenti di voi avranno notato il prezioso lavoro di Flavia di Luzio sia sulle pagine di Mister Folk (sue la maggior parte delle traduzioni delle interviste con musicisti stranieri) che nei miei libri Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök e Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo. Ma Flavia non è soltanto una traduttrice professionista, ma anche l’autrice di alcuni interessanti volumi che gli amanti del folklore, delle saghe e del Grande Nord non potranno che apprezzare. Vi lascio alle sue parole, buona lettura!



I lettori sicuramente conoscono il tuo nome per la collaborazione che abbiamo su queste pagine e per i libri che ho pubblicato nei quali tu compari come traduttrice ufficiale, ma ti chiedo di presentarti per le persone che non ti conoscono.

Ciao a tutti! Mi chiamo Flavia e lavoro da alcuni anni come traduttrice, proofreader e docente di lingue nordiche, inglese e italiano per stranieri. Nutro da sempre un forte interesse per le altre culture e sono una grandissima appassionata di musica, viaggi, arte e fotografia.

Come ti sei avvicinata all’heavy metal? Quali sono i tuoi gusti musicali e quali i gruppi che ascolti maggiormente? Ti piace il folk metal?

Mi sono avvicinata all’heavy metal all’età di quattordici anni e il merito è stato tutto di un negozio (il mitico Music Box di Pescara!) che da allora e per molto tempo a seguire è stato un luogo di ritrovo di qualità per appassionati del genere e non. Lì ho incontrato molte persone con cui condividere questa passione e soprattutto con cui scambiarci dritte musicali. Da allora la fiamma non si è più spenta, anzi sono riuscita a “contagiare” altri amici e persino i miei genitori. Tra le band che apprezzo ci sono indubbiamente i Finntroll, gli Arkona, i Falkenbach, i Månegarm, i Moonsorrow, i Moonspell, i Turisas, i Týr e i Vintersorg, anche se la lista potrebbe continuare all’infinito! Oltre al folk metal, che come si può intuire mi piace eccome, ascolto anche molto black e death metal (incluse rispettivamente le varianti symphonic e melodic) con particolare interesse per la scena nordeuropea. Devo dire che per carattere mi piace molto spaziare sia tra diversi sottogeneri del metal che tra generi musicali anche molto distanti gli uni dagli altri.

Quanta importanza dai ai testi della musica che ascolti, e sono questi in grado di farti apprezzare o meno una band?

Sicuramente i testi influenzano la mia percezione della band, visto che amo ascoltare musica in cui mi posso riconoscere. In ogni caso cerco di non farmi condizionare troppo e di guardare anche all’aspetto melodico, a mio avviso altrettanto importante. Penso di avere un approccio piuttosto equilibrato.

Sei una traduttrice di professione: com’è il tuo mondo lavorativo e ti senti danneggiata da chi si improvvisa in un mestiere per il quale non ha studi/certificati/esperienza adeguati?

Detto con la massima onestà non è un settore facile, anzi si avvertono tuttora diversi problemi legati sia alla percezione (spesso distorta, se non direttamente assente) che si ha di questa professione, che all’aspetto retributivo. La concorrenza non qualificata è solo una parte del problema, visto che certe pratiche malsane vengono portate avanti, il più delle volte in buona fede e senza che se ne rendano conto, persino da colleghi qualificati. Il nostro mondo lavorativo è, tra l’altro, molto variegato e attraversa numerosi campi, dall’editoria ai settori più tecnici, quindi è davvero importante imparare a orientarsi in quello che è di fatto un oceano di possibilità, ma anche di insidie. Un tasto dolente per esempio è il cosiddetto dumping visto che, soprattutto su determinati siti e database di categoria, si assiste di frequente a delle vere e proprie aste al ribasso in cui, pur di ottenere un lavoro, si arriva ad accettare di tradurre quasi gratis influenzando purtroppo negativamente tutto il mercato. Non di rado dietro tariffe così basse si celano anche lavori scadenti (spesso effettuati con Google Translate che – sfatiamo questo mito duro a morire – non è assolutamente paragonabile a un traduttore in carne e ossa professionale e referenziato), quindi occorrerebbe davvero un’opera di sensibilizzazione a tutto tondo che coinvolga professionisti della traduzione e clienti. In realtà, dal punto di vista della sensibilizzazione e della formazione, abbiamo conseguito risultati positivi nel campo della traduzione editoriale grazie a STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali, di cui sono tuttora socio ordinario. Spero vivamente che le cose continuino a migliorare, considerando che il mestiere di traduttore è per me uno dei più belli al mondo e meriterebbe davvero il giusto riconoscimento sociale ed economico.

Quale è stato il tuo percorso di studi per diventare una traduttrice di professione? Quali sono stati i lavori che ti hanno dato maggiore soddisfazione?

Il mio percorso di studi ha avuto inizio nel 2004 presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, dove ho conseguito la laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere (curriculum Scienze del Linguaggio) e la magistrale in Lingua e Cultura Italiane per Stranieri. Entrambi i corsi di laurea mi hanno permesso non solo di portare avanti per tutti gli anni lo studio dell’inglese, del finlandese e del norvegese, ma di conoscere in maniera approfondita anche le relative letterature e filologie. In particolare mi sono concentrata molto sulla lingua finlandese e sulla filologia ugrofinnica (per un anno, proprio per ampliare le mie conoscenze in quest’area, ho deciso di studiare anche l’ungherese e di avvicinarmi da autodidatta all’estone), scegliendole come materie di laurea. A tal proposito, qualora tra i lettori vi sia qualcuno interessato agli argomenti che ho trattato, segnalo volentieri le pagine web della casa editrice spezzina Liber Iter, dove le mie tesi di laurea sono disponibili in formato ebook:

Lo studio del norvegese si è rivelato a sua volta cruciale perché mi ha permesso di conoscere da vicino un altro versante del mondo nordico e di affrontare con minor difficoltà lo studio dello svedese, che ora ho il piacere di insegnare ad altre persone.

Questa versatilità di interessi e di conoscenze a cavallo tra mondo ugrofinnico e scandinavo ha trovato poi il suo sfogo naturale nell’approdo alla redazione del Progetto Bifröst, portale di ricerca e divulgazione del patrimonio mitologico di ogni tempo e Paese, per cui curo tuttora la sezione ugrofinnica e i rapporti con la community di Facebook. È qui che ho potuto intensificare la mia attività di traduzione e di consulenza linguistica, motivo per cui reputo questa collaborazione una delle più soddisfacenti e stimolanti intraprese.

Per essere un buon traduttore è importante non solo il percorso universitario (che può essere vario e che fortunatamente nel mio caso già includeva una buona dose di pratica della traduzione) ma anche l’aggiornamento professionale e il contatto diretto con le lingue, motivo per cui ho cercato e cerco tuttora di fare il possibile per portare avanti parallelamente soggiorni all’estero (come accaduto per esempio nell’estate del 2012 quando ho vinto una borsa di studio per la scuola estiva di lingua e cultura finlandese organizzata dal CIMO in collaborazione con l’Università di Jyväskylä) e frequenza di corsi specialistici inerenti al mondo della traduzione e delle lingue in tutte le loro sfaccettature. Ovviamente il percorso descritto è stato fondamentale anche per formarmi come docente di lingue, tenendo presente che anche per l’insegnamento ho frequentato corsi e seminari specifici. Una cosa che comunque voglio sottolineare è che non si deve mai fare l’errore di ritenersi “arrivati”. Questi settori, così come la vita in generale del resto, richiedono un apprendimento continuo e soprattutto l’umiltà di sapersi mettere in discussione. Trovo che il confronto con i formatori e gli altri colleghi possa riservare belle sorprese e per esperienza personale posso dire che fare rete, oltre a essere piacevole dal punto di vista sociale e ricreativo, è un’ottima occasione di crescita professionale e personale.



Hai pubblicato per Vocifuoriscena il libro Gli dèi di Finlandia e di Carelia: di cosa tratta il volume e a chi senti di consigliarne la lettura?

Prima di tutto tengo a far presente che la pubblicazione del volume Gli dèi di Finlandia e di Carelia è frutto di un lavoro a quattro mani portato avanti insieme a Dario Giansanti, amico nonché direttore del Progetto Bifröst. Il suo contributo è stato preziosissimo. Entrambi abbiamo sentito l’esigenza di approfondire gli studi in area ugrofinnica, concentrandoci però soprattutto sulle fonti letterarie pre-kalevaliane per riscoprire parte degli aspetti originali degli dèi e degli eroi della tradizione finlandese e careliana. Il più antico documento sulla religione finnica è un peritesto poetico scritto da Mikael Agricola (1510-1557), primo vescovo finlandese della Riforma, come prefazione a una sua traduzione di alcuni salmi dell’Antico Testamento. Esso non solo delinea un quadro vivido delle divinità adorate in Häme e in Carelia, ma fornisce anche un ritratto inedito di alcuni dei futuri eroi del Kalevala, avvincente epopea nazionale finlandese di cui sicuramente avrete già sentito parlare. Nel nostro libro la traduzione del «canone» di Agricola – per la prima volta in lingua italiana –, diviene occasione per analizzare la mitologia finnica e i suoi personaggi sia nelle varie fasi del loro sviluppo storico, che nel quadro più ampio delle mitologie uraloaltaiche e dello sciamanesimo nord-euroasiatico. Mi sento di consigliare la lettura del volume non solo agli addetti ai lavori ma a chiunque sia in generale appassionato di letteratura e mitologia e nello specifico di cultura finlandese, anche considerando che i temi trattati sono riproposti molto spesso nei brani di numerosi gruppi musicali (metal e non) provenienti dalla Finlandia. Il libro è inoltre scritto in una lingua scorrevole che non si perde in troppi tecnicismi, quindi a mio avviso è molto adatto anche a chi si è avvicinato solo di recente a questi argomenti. Per ulteriori informazioni vi rimando volentieri al sito della casa editrice Vocifuoriscena.

L’epica finlandese ha influenzato molti gruppi musicali e tra questi, probabilmente, i più famosi sono gli Amorphis. Ti chiedo quindi cosa ne pensi del lavoro della band di Esa Holopainen e soci, e se ci sono altri gruppi che conosci e vuoi “raccomandare” ai lettori di Mister Folk.

Gli Amorphis mi piacciono moltissimo e qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di vederli live proprio in Finlandia. Si tratta senza dubbio di uno dei gruppi più legati al folklore, motivo per cui i loro testi sono spesso trattati anche in ambiente universitario come esempio vivo di rapporto tra cultura delle origini e modernità. Si pensi solo a titoli come My kantele, Tuonela, Shaman e Sampo, anzi da questo punto di vista voglio citare anche i Korpiklaani con Shaman e Karhunkaatolaulu (“canto della caccia all’orso”). Partendo da queste canzoni potremmo parlare per ore di Kalevala, sciamanesimo e cultura finlandese! A proposito di dritte musicali, consiglio assolutamente di ascoltare i Värttinä, rinomato gruppo folk finlandese che riprende molti temi e strumenti musicali della tradizione.



Negli scorsi anni hai pubblicato diversi articoli e un libro insieme a Dario Giansanti dal titolo Kreutzwald e il Kalevipoeg: di cosa parla quest’ultimo?

Con Kreutzwald e il Kalevipoeg, pubblicato come ebook dalla già citata casa editrice Liber Iter, voliamo in Estonia alla scoperta del Kalevipoeg, epopea estone sorella del Kalevala sospesa tra il tempo assoluto del mito e quello ben determinato della storia. È qui che esseri soprannaturali, spade maledette e animali parlanti fanno da sfondo alla tragica crociata dei Cavalieri Teutonici i quali, nel XIII secolo, invasero le terre del Baltico, stabilendo le basi di una serie di dominazioni e tirannie destinate a durare fin quasi ai nostri giorni. Popolare nei temi, ma fortemente voluto e praticamente ricostruito a tavolino da due uomini, Friedrich Robert Fahlmann e soprattutto Friedrich Reinhold Kreutzwald, il Kalevipoeg rispecchia al meglio l’identità storica dell’Estonia ed è, inoltre, una limpida espressione delle ingiustizie che i popoli “minori” hanno dovuto subire fin dal loro affacciarsi nella storia, e della volontà di riscatto e di libertà che, da sempre, li ha animati.

Stai lavorando ad altre pubblicazioni, e in caso puoi rivelarci qualcosa?

Al momento non sto lavorando ad altre pubblicazioni ma è mia intenzione farlo quanto prima, anzi ho già qualche idea da sviluppare.

C’è un progetto che sogni di poter realizzare?

Insieme ad alcune amiche e colleghe con cui ho già collaborato in passato, abbiamo iniziato a lavorare alla creazione di una rivista online a tema nordico che abbraccerà diversi argomenti. Siamo ancora in piena fase ideativa quindi non posso svelare altri particolari, però il nome sarà sicuramente Nordlys, che in norvegese significa “aurora boreale” (lett. “luce del nord”).

Un altro mio obiettivo, che in parte si è già concretizzato, è quello di imparare una lingua orientale. Ho iniziato da un mese a studiare coreano ed è una scelta che rifarei mille volte perché mi sta stimolando tantissimo.

Come possono contattarti i lettori di Mister Folk?

Sono a completa disposizione per qualunque cosa al seguente indirizzo email: flavia.diluzio@studio.unibo.it

Per chi fosse interessato a seguire la mia attività o a conoscere meglio ciò di cui mio occupo, segnalo volentieri questi link:





È stato un piacere essere ospitata sulle pagine di Mister Folk! Ringrazio moltissimo Fabrizio per avermi proposto quest’intervista e i lettori per l’attenzione, anzi spero di avervi fornito qualche spunto interessante. Alla prossima! 

Si ringrazia Mister Folk per averci permesso di pubblicare l'intervista a Flavia di Luzio.

giovedì 11 agosto 2016

Intervista a Corina Ardelean



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è Corina Ardelean?

Il nome “Corina” deriva da kórē, che in greco vuol dire “fanciulla”, eterna giovinezza. In un certo senso, dentro di me vive ancora una bambina che guarda il mondo attraverso quel filtro speciale che rende tutto bello, positivo. Sono semplicemente una donna che a quarantasei anni non ha ancora smesso di sognare.

Perché hai cominciato a scrivere?

Ho sempre avuto, già da bambina, una fervida immaginazione, e spesso nella mia testa inventavo dei veri film, con dialoghi e situazioni a volte drammatici, a volte divertenti, dunque metterle sulla carta era una conseguenza naturale. Avevo già iniziato un altro romanzo in passato, ma con Il profumo dei ricordi ghiacciati ho proseguito semplicemente perché mi piaceva troppo la storia. 

Intendi dire che avevi stabilito l’intera trama fin dall’inizio?

Già, appena nata l’idea, avevo chiaro nella testa il finale, anzi, tutta la trama. Poi mano a mano che scrivevo, nuovi personaggi sono andati ad aggiungersi ai protagonisti principali, come se nascessero spontaneamente, senza alcuno sforzo da parte mia. O almeno questa è stata la sensazione. 

In quale personaggio del tuo romanzo ti riconosci di più e perché?

In un certo senso, in piccola parte, un po’ in tutti. Certo, la mia protagonista Laura/Isabel rispecchia tanto del mio modo di essere, il carattere, ma attraverso Irina, per esempio, ho raccontato un piccolo pezzo della mia infanzia, ho rispolverato alcuni dei miei ricordi da bambina. 

Sebbene tu sia di madrelingua rumena, hai scritto il tuo romanzo in italiano, e direi che si tratta davvero di un buon italiano. Quali difficoltà hai trovato nello scrivere, nel pensare in una lingua per te acquisita?

La difficoltà maggiore per me sono le consonanti doppie, visto che nel rumeno non si usano, ma per quanto riguarda il pensare, l’esprimermi in italiano mi è molto facile. Ovviamente spero sempre di farlo nella forma giusta.

Nel romanzo metti i tuoi personaggi di fronte a una crisi che fa crollare le loro maschere; eppure, mi sembra, sono gli uomini a rivelarsi più fragili, mentre le donne sviluppano una forza interiore che le porta a superare le difficoltà a dispetto di tutto. È stata una scelta voluta e significativa, o hai espresso istintivamente ciò che avverti nella natura di uomini e donne?

Non seguo logiche o meccanismi preimpostati, e di conseguenza i miei personaggi nascono in modo istintivo. Non sono una femminista, ma sono dalla parte delle donne. Credo che noi abbiamo quel qualcosa che ci rende fragili e forti nello stesso tempo, mentre l’uomo è più semplice, e spesso davanti a cambiamenti insoliti si trova spiazzato, reagisce peggio della donna. Sì. Sono convinta che la complessità delle donne sia in realtà il loro vero pregio.



Il tuo romanzo si svolge tra due città, Verona e Vienna; contiene inoltre una lunga e intensa parte ambientata a Cluj Napoca, in Romania. Perché hai scelto queste tre città? Cosa rappresentano per te?

In tutte queste tre città ci ho vissuto e lasciato un pezzo del mio cuore. E poi la mia città natale, Șimleu Silvaniei, l’ho nominata e raccontata in una piccola parte, e questo semplicemente perché i posti che amo mi accompagnano nei ricordi, dunque raccontarli era la conseguenza naturale. 

La tua scrittura ha una qualche dimensione etica? In altre parole, ritieni di poter “insegnare” qualcosa al lettore, portarlo a riflettere? In tal caso, quali tipi di “messaggi” sono contenuti nel tuo romanzo?

Non voglio che sembri una frase scontata, ma davvero l’unico pensiero che vorrei trasparisse dal libro è questo: segui il tuo cuore e non sbagli mai. È un inno all’amore in tutte le sue forme. Il primo amore, quello per i figli, quello improvviso, quello sconosciuto, quello doloroso, però sempre è comunque amore.

Qual è il tuo lettore ideale? In altre parole, a quale tipo di pubblico senti di rivolgerti?

All’inizio lo pensavo come un romanzo più rivolto alle donne, mogli, madri per poi scoprire con sorpresa che è stato letto e apprezzato quasi di più dagli uomini. Ho usato un vocabolario semplice, comprensibile per tutti, e lo stile scorrevole e diretto credo si adatti sia alle aspettative di una ragazza giovane che di un signore sessantenne. 

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Di solito la sera, quando il trantran quotidiano svolge al termine, nella quiete della sera (o notte a volte). D’istinto, senza razionalizzare o soffermarmi tanto su quello che scrivo. Poi in seguito, tempo dopo, ritorno e rileggo. Se mi piace tengo, altrimenti cancello.

La stesura del Profumo dei ricordi ghiacciati è iniziata circa dieci anni fa, se non sbaglio. Cosa è successo da allora a quando lo hai pubblicato con Vocifuoriscena?

La prima parte del romanzo l’ho scritta nel 2007, la seconda addirittura nel 2013. Poi, dopo la mia auto pubblicazione ho conosciuto gli editori di Vocifuoriscena, che hanno fatto l’editing del libro e devo dire che sono più che contenta.
Oltre la “pulizia” dei refusi, e la sistemazione di tutte le imperfezioni, mi hanno fatto guardare, e rileggere il libro, da un altro punto di vista. Ho acquistato più sicurezza e fiducia e ho capito, grazie agli editori, il valore di quanto scritto. Spero che anche la loro fiducia sia un giorno ripagata dal riscontro con i lettori.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

A parer mio, dentro di noi c’è già una specie di filtro, un’autocensura. Poi c’è chi si spinge oltre quel limite, ma alla fine lo si fa con cautela, perché tutto sommato, ci interessa il parere del pubblico, e non lo si può offendere e soprattutto mai sottovalutare. 

Grazie, Corina, per la tua disponibilità e il tuo incontenibile entusiasmo. Speriamo di leggere presto un tuo nuovo romanzo.


Per ulteriori informazioni sul libro, Il profumo dei ricordi ghiacciati.
Un'altra intervista a Corina Ardelean, qui.

venerdì 22 luglio 2016

Intervista a G. Luca Boschiero



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è G. Luca Boschiero?

Non saprei. Così, a occhio, il tipo che compare nella foto.

Scrivi seguendo un metodo, o ti affidi all’istinto? E, se la seconda, quale tipo di istinto?

Metodo: immaginata la storia parto da prologo, poi epilogo e quindi scena centrale. Costituita l’ossatura comincia il duro lavoro.



Con Vocifuoriscena hai pubblicato, come romanzo di esordio, Emilio e il professore, che racconta i possibili retroscena della vita di Emilio Salgari e di Cesare Lombroso, ma anche forse della città in cui vivi.

Amo Verona, è una città che mi fornisce molti spunti narrativi. Mi piace raccontarla e descriverla. Il monumento a Cesare Lombroso, così inquietante e gotico (non nella forma ma nella sua essenza), è stato una grande fonte di ispirazione.

Se dovessi definirlo come genere, quale etichetta applicheresti a Emilio e il professore?

Steampunk a zero impatto tecnologico.

In quale personaggio di questo romanzo ti riconosci di più e perché?

Il nobile Alvise, una brava persona, fondamentalmente frustrata, che ha occasione di riscattarsi.



Passiamo a Odio i film francesi e Ritorno al Filmondo, pubblicati in un unico volume. Raccontaci come sono nati questi romanzi e quali vicissitudini editoriali hanno attraversato prima di approdare a Vocifuoriscena.

Il primo romanzo è stato pubblicato da RAI-ERI ma, purtroppo, non promosso. Se la RAI mettesse in sinergia tutto quello che produce credo che i suoi conti non sarebbero in rosso. Invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Poi l’ho ripubblicato in proprio, con il seguito. Poi è arrivata VFS.

Il protagonista, in questo caso, è un tale Luca Boschiero, il cui nome nei film francesi viene storpiato in Boschieró. Ma sei davvero tu? Quali differenze vi sono tra Boschiero e Boschieró.

Nessuna.

In fatto di innovazioni, i tuoi due romanzi ambientati nel Filmondo scherzano non poco. La metaletteratura esisteva già prima, vedi Calvino, Queneau, Cervantes. E anche il cinema ha utilizzato i metalivelli spesso e volentieri, vedi Woody Allen e Mel Brooks, sempre a titolo di esempio. Tu hai fatto un passo avanti: hai reso il cinema metaletterario. Una scelta a monte, o un’intuizione geniale?

Diciamo un’intuizione. Il cinema ha trattato abbondantemente il tema dell’Oltreschermo (dopo l’Oltreschermo c’è il Filmondo…): io ho trattato il tema in letteratura. Il livello di complicazione si impenna, poiché sappiamo che il Filmondo è contiguo al Libromondo e al Fumettomondo. In queste terre di confine sono nati numerosissimi frutti, anche se non sempre belli a vedersi. Se si facesse un film sul mio libro si andrebbe in loop.

Odi davvero i film francesi?

Non mi piace quando lo stile diventa maniera. In quei casi la mia irritazione può tramutarsi in odio. A cavallo tra la fine degli anni ’60 e i ’70, il cinema francese ha imboccato la strada del manierismo, inzuppato di vezzi, stereotipi stilistici e cliché. Un cine-rococò insopportabile. Ma visto che detesto in egual misura il manierismo di Fellini post Dolce vita (le “fellinate”) non posso certo essere tacciato di xenofobia.

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Quando avevo una famiglia era dura, nessuno doveva disturbare il processo creativo e scrivevo di sera e il sabato e la domenica. Ora che una famiglia non l’ho più, ogni momento è buono per scrivere e, quindi, non scrivo più.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

L’unico impedimento è il rapporto con sé stesso. Il pubblico non esiste, nel senso che è un’entità virtuale.

Perché hai deciso di metterti a scrivere? Non ci sono già abbastanza persone che mettono a rischio l’ecosistema sprecando carta stampata?

Sì, e io voglio essere una di loro.

Quali scrittori costituiscono il tuo punto di riferimento letterario? O forse dovrei dire… quali registi?

Scrittori; John Fante di Chiedi alla polvere per la narrazione in prima persona, Stephen King per la descrizione alla moviola degli stati d’animo; Dan Simmons e Il primo Philip José Farmer per i metauniversi; Tom Sharp per lo humour, Kurt Vonnegut per la composizione narrativa, James Ellroy e Jim Thompson per il ritmo. Registi: Don Siegel e Sam Packinpah per il racconto; Monicelli è il più grande degli italiani e Joseph Losey lo considero un genio.

I tuoi prossimi progetti letterari?

Finire Rami elementari, terza parte della saga di Zeno Santini. Genere: giallo omoeopaticamente surreale. Io adoro Zeno. Poi ho in testa il plot della terza parte della saga del Filmondo, ma dubito vedrà mai la luce.

Grazie, Luca, per la tua disponibilità e simpatia. A presto!

Intervista a G. Luca Boschiero



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è G. Luca Boschiero?

Non saprei. Così, a occhio, il tipo che compare nella foto.

Scrivi seguendo un metodo, o ti affidi all’istinto? E, se la seconda, quale tipo di istinto?

Metodo: immaginata la storia parto da prologo, poi epilogo e quindi scena centrale. Costituita l’ossatura comincia il duro lavoro.



Con Vocifuoriscena hai pubblicato, come romanzo di esordio, Emilio e il professore, che racconta i possibili retroscena della vita di Emilio Salgari e di Cesare Lombroso, ma anche forse della città in cui vivi.

Amo Verona, è una città che mi fornisce molti spunti narrativi. Mi piace raccontarla e descriverla. Il monumento a Cesare Lombroso, così inquietante e gotico (non nella forma ma nella sua essenza), è stato una grande fonte di ispirazione.

Se dovessi definirlo come genere, quale etichetta applicheresti a Emilio e il professore?

Steampunk a zero impatto tecnologico.

In quale personaggio di questo romanzo ti riconosci di più e perché?

Il nobile Alvise, una brava persona, fondamentalmente frustrata, che ha occasione di riscattarsi.



Passiamo a Odio i film francesi e Ritorno al Filmondo, pubblicati in un unico volume. Raccontaci come sono nati questi romanzi e quali vicissitudini editoriali hanno attraversato prima di approdare a Vocifuoriscena.

Il primo romanzo è stato pubblicato da RAI-ERI ma, purtroppo, non promosso. Se la RAI mettesse in sinergia tutto quello che produce credo che i suoi conti non sarebbero in rosso. Invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Poi l’ho ripubblicato in proprio, con il seguito. Poi è arrivata VFS.

Il protagonista, in questo caso, è un tale Luca Boschiero, il cui nome nei film francesi viene storpiato in Boschieró. Ma sei davvero tu? Quali differenze vi sono tra Boschiero e Boschieró.

Nessuna.

In fatto di innovazioni, i tuoi due romanzi ambientati nel Filmondo scherzano non poco. La metaletteratura esisteva già prima, vedi Calvino, Queneau, Cervantes. E anche il cinema ha utilizzato i metalivelli spesso e volentieri, vedi Woody Allen e Mel Brooks, sempre a titolo di esempio. Tu hai fatto un passo avanti: hai reso il cinema metaletterario. Una scelta a monte, o un’intuizione geniale?

Diciamo un’intuizione. Il cinema ha trattato abbondantemente il tema dell’Oltreschermo (dopo l’Oltreschermo c’è il Filmondo…): io ho trattato il tema in letteratura. Il livello di complicazione si impenna, poiché sappiamo che il Filmondo è contiguo al Libromondo e al Fumettomondo. In queste terre di confine sono nati numerosissimi frutti, anche se non sempre belli a vedersi. Se si facesse un film sul mio libro si andrebbe in loop.

Odi davvero i film francesi?

Non mi piace quando lo stile diventa maniera. In quei casi la mia irritazione può tramutarsi in odio. A cavallo tra la fine degli anni ’60 e i ’70, il cinema francese ha imboccato la strada del manierismo, inzuppato di vezzi, stereotipi stilistici e cliché. Un cine-rococò insopportabile. Ma visto che detesto in egual misura il manierismo di Fellini post Dolce vita (le “fellinate”) non posso certo essere tacciato di xenofobia.

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Quando avevo una famiglia era dura, nessuno doveva disturbare il processo creativo e scrivevo di sera e il sabato e la domenica. Ora che una famiglia non l’ho più, ogni momento è buono per scrivere e, quindi, non scrivo più.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

L’unico impedimento è il rapporto con sé stesso. Il pubblico non esiste, nel senso che è un’entità virtuale.

Perché hai deciso di metterti a scrivere? Non ci sono già abbastanza persone che mettono a rischio l’ecosistema sprecando carta stampata?

Sì, e io voglio essere una di loro.

Quali scrittori costituiscono il tuo punto di riferimento letterario? O forse dovrei dire… quali registi?

Scrittori; John Fante di Chiedi alla polvere per la narrazione in prima persona, Stephen King per la descrizione alla moviola degli stati d’animo; Dan Simmons e Il primo Philip José Farmer per i metauniversi; Tom Sharp per lo humour, Kurt Vonnegut per la composizione narrativa, James Ellroy e Jim Thompson per il ritmo. Registi: Don Siegel e Sam Packinpah per il racconto; Monicelli è il più grande degli italiani e Joseph Losey lo considero un genio.

I tuoi prossimi progetti letterari?

Finire Rami elementari, terza parte della saga di Zeno Santini. Genere: giallo omoeopaticamente surreale. Io adoro Zeno. Poi ho in testa il plot della terza parte della saga del Filmondo, ma dubito vedrà mai la luce.

Grazie, Luca, per la tua disponibilità e simpatia. A presto!

Intervista a G. Luca Boschiero



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è G. Luca Boschiero?

Non saprei. Così, a occhio, il tipo che compare nella foto.

Scrivi seguendo un metodo, o ti affidi all’istinto? E, se la seconda, quale tipo di istinto?

Metodo: immaginata la storia parto da prologo, poi epilogo e quindi scena centrale. Costituita l’ossatura comincia il duro lavoro.



Con Vocifuoriscena hai pubblicato, come romanzo di esordio, Emilio e il professore, che racconta i possibili retroscena della vita di Emilio Salgari e di Cesare Lombroso, ma anche forse della città in cui vivi.

Amo Verona, è una città che mi fornisce molti spunti narrativi. Mi piace raccontarla e descriverla. Il monumento a Cesare Lombroso, così inquietante e gotico (non nella forma ma nella sua essenza), è stato una grande fonte di ispirazione.

Se dovessi definirlo come genere, quale etichetta applicheresti a Emilio e il professore?

Steampunk a zero impatto tecnologico.

In quale personaggio di questo romanzo ti riconosci di più e perché?

Il nobile Alvise, una brava persona, fondamentalmente frustrata, che ha occasione di riscattarsi.



Passiamo a Odio i film francesi e Ritorno al Filmondo, pubblicati in un unico volume. Raccontaci come sono nati questi romanzi e quali vicissitudini editoriali hanno attraversato prima di approdare a Vocifuoriscena.

Il primo romanzo è stato pubblicato da RAI-ERI ma, purtroppo, non promosso. Se la RAI mettesse in sinergia tutto quello che produce credo che i suoi conti non sarebbero in rosso. Invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Poi l’ho ripubblicato in proprio, con il seguito. Poi è arrivata VFS.

Il protagonista, in questo caso, è un tale Luca Boschiero, il cui nome nei film francesi viene storpiato in Boschieró. Ma sei davvero tu? Quali differenze vi sono tra Boschiero e Boschieró.

Nessuna.

In fatto di innovazioni, i tuoi due romanzi ambientati nel Filmondo scherzano non poco. La metaletteratura esisteva già prima, vedi Calvino, Queneau, Cervantes. E anche il cinema ha utilizzato i metalivelli spesso e volentieri, vedi Woody Allen e Mel Brooks, sempre a titolo di esempio. Tu hai fatto un passo avanti: hai reso il cinema metaletterario. Una scelta a monte, o un’intuizione geniale?

Diciamo un’intuizione. Il cinema ha trattato abbondantemente il tema dell’Oltreschermo (dopo l’Oltreschermo c’è il Filmondo…): io ho trattato il tema in letteratura. Il livello di complicazione si impenna, poiché sappiamo che il Filmondo è contiguo al Libromondo e al Fumettomondo. In queste terre di confine sono nati numerosissimi frutti, anche se non sempre belli a vedersi. Se si facesse un film sul mio libro si andrebbe in loop.

Odi davvero i film francesi?

Non mi piace quando lo stile diventa maniera. In quei casi la mia irritazione può tramutarsi in odio. A cavallo tra la fine degli anni ’60 e i ’70, il cinema francese ha imboccato la strada del manierismo, inzuppato di vezzi, stereotipi stilistici e cliché. Un cine-rococò insopportabile. Ma visto che detesto in egual misura il manierismo di Fellini post Dolce vita (le “fellinate”) non posso certo essere tacciato di xenofobia.

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Quando avevo una famiglia era dura, nessuno doveva disturbare il processo creativo e scrivevo di sera e il sabato e la domenica. Ora che una famiglia non l’ho più, ogni momento è buono per scrivere e, quindi, non scrivo più.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

L’unico impedimento è il rapporto con sé stesso. Il pubblico non esiste, nel senso che è un’entità virtuale.

Perché hai deciso di metterti a scrivere? Non ci sono già abbastanza persone che mettono a rischio l’ecosistema sprecando carta stampata?

Sì, e io voglio essere una di loro.

Quali scrittori costituiscono il tuo punto di riferimento letterario? O forse dovrei dire… quali registi?

Scrittori; John Fante di Chiedi alla polvere per la narrazione in prima persona, Stephen King per la descrizione alla moviola degli stati d’animo; Dan Simmons e Il primo Philip José Farmer per i metauniversi; Tom Sharp per lo humour, Kurt Vonnegut per la composizione narrativa, James Ellroy e Jim Thompson per il ritmo. Registi: Don Siegel e Sam Packinpah per il racconto; Monicelli è il più grande degli italiani e Joseph Losey lo considero un genio.

I tuoi prossimi progetti letterari?

Finire Rami elementari, terza parte della saga di Zeno Santini. Genere: giallo omoeopaticamente surreale. Io adoro Zeno. Poi ho in testa il plot della terza parte della saga del Filmondo, ma dubito vedrà mai la luce.

Grazie, Luca, per la tua disponibilità e simpatia. A presto!

lunedì 7 marzo 2016

Intervista: Luca Taglianetti

Il nome di Theodor Kittelsen (1857-1914) è ben noto agli amanti del metal scandinavo, quello estremo in particolare. I dipinti dell’artista norvegese sono stati utilizzati più volte come copertine dei vari dischi marchiati Burzum, Taake, Otyg, Satyricon e molti altri, segno inequivocabile della notorietà del pittore/poeta nel circuito metal. Incredibilmente il suo libro illustrato Svartedauden. La Morte Nera, descritto da Leif Østby come “il punto più alto della carriera artistica di Kittelsen, lavoro originale, immaginifico e unico” non è mai stato tradotto in nessuna lingua, fino a quando, in occasione dei cento anni dalla morte dell’artista norvegese, la casa editrice Vocifuoriscena ha pubblicato il volume tradotto, curato e commentato da Luca Taglianetti: un librino affascinante e cupo,  romantico quanto macabro nelle descrizioni e nelle gelide atmosfere descritte da Kittelsen. Con un tema come la Morte Nera, la peste che devastò l’Europa del XIV secolo, non poteva essere diversamente. Importanti al pari delle poesie, le illustrazioni non lasciano speranza tanto sono lo strazio e il decadimento, la morte e la sconfitta dell’uomo dinanzi a Pesta, colei che rastrella tutte le persone che trova.

Ho intervistato Luca Taglianetti per saperne di più sul libro Svartedauden. La Morte Nera, ma anche per farvi conoscere uno studioso che ha pubblicato in precedenza due libri sulle leggende e i racconti popolari della Norvegia, nonché appassionato di heavy metal e degli Otyg in particolare.




Per prima cosa direi di presentarti ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio, sono studioso e traduttore di letteratura scandinava; dal 2012 sono membro onorario dell’Asbjørnsenselskapet per cui svolgo ricerca nell’ambito delle tradizioni popolari, leggende, racconti e ballate scandinave; ho partecipato a vari convegni di scandinavistica e seminari (Firenze 2013, Milano 201).

Partiamo dal recente Svartedauden. La Morte Nera, libricino contenente le ballate di Theodor Kittelsen sulla peste, arricchito dai disegni in bianco e nero dell’autore. Come e quando ti è venuta l’idea di tradurre quest’opera?

La prima volta che ho visto i disegni di Kittelsen per Svartedauen è stato più di dieci anni fa, quando ho acquistato Hvis lyset tar oss di Burzum, da allora mi sono sempre più appassionato a questo artista, sia per i suoi dipinti che per il suo modo di intendere la natura e l’arte, ma solo di recente, nel mio ultimo soggiorno in Norvegia, ho scoperto che a quei disegni si accompagnavano anche delle poesie; mi trovavo a casa di un amico norvegese che aveva una delle ristampe del libro e leggendole ho capito l’alta qualità delle composizioni; tornato in Italia, dopo una breve ricerca, ho scoperto che non erano mai state tradotte in nessuna lingua, così ho deciso che anche chi non aveva facile accesso al norvegese, potesse godere di questo capolavoro!

In quale misura pensi che Kittelsen abbia influenzato il mondo dell’heavy metal?

Dal punto di vista dell’imagery tantissimo, penso sia l’unico pittore i cui quadri/dipinti siano stati utilizzati da così tante band.

Quando si parla di Theodor Kittelsen si pensa immediatamente ai dipinti che sono poi diventati le copertine dei vari Burzum, Wongraven, Taake, Surturs Lohe, Empyrium e Satyricon per fare solo alcuni nomi. Qual è l’elemento di quei dipinti che secondo il tuo parere ha colpito così tanti musicisti?

In Norvegia, Kittelsen è un’istituzione, tutti, quando pensano ai troll e agli esseri soprannaturali, hanno in mente le raffigurazioni fatte da lui; la fortuna ha voluto che fosse uno tra i primi e principali illustratori delle fiabe norvegesi con cui i giovani norvegesi sono cresciuti, penso che una reminiscenza di quelle storie fantastiche sia rimasta nei musicisti e che quindi da adulti abbiano trovano naturale utilizzare quelle immagini associate ai loro dischi.


Sei a conoscenza se alcuni gruppi hanno preso in considerazione le sue poesie per alcune canzoni?

Che io sappia solo un gruppo ha utilizzato Svartedauen come concept di un proprio disco, i When.

Nel 2012 hai pubblicato Racconti e leggende popolari norvegesi per l’editore Controluce: si tratta della prima traduzione integrale delle leggende trascritte da Peter Christen Asbjørnsen. Come mai abbiamo dovuto aspettare fino al 2012 per avere un libro del genere? Poco interesse verso la materia?

Se a oggi, esclusa la mia opera, non esiste una traduzione completa delle Norske huldreeventyr og folkesagn, non è dato solo dall’effettiva complessità della traduzione di un’opera che incorpora in sé tanti dialetti diversi, tanti modi di dire ormai non più in uso e di difficile recezione dagli stessi norvegesi, ma soprattutto dal fatto che le Norske huldreeventyr og folkesagn hanno sempre vissuto all’ombra delle Norske folkeeventyr, le fiabe norvegesi, raccolte e pubblicate da Asbjørnsen e Moe negli anni 1841-1844.


Due anni dopo, invece, hai pubblicato con Aracne il volume Leggende popolari norvegesi di Andreas Faye, risalente al 1833 nella prima versione. Quali sono i temi ricorrenti di queste leggende?

L’antologia di Faye è divisa in varie parti, come era uso nelle prime raccolte di leggende popolari ottocentesche, si va dalla descrizione e alle relative leggende sugli esseri soprannaturali (giganti, troll, esseri acquatici, folletti e non-morti), alle leggende storiche su personaggi delle saghe e della storia norvegese (sant’Olav, Haraldr Bellachioma), alle leggende sulla peste e sull’origine del nome di alcuni luoghi naturali di Norvegia (leggende eziologiche).

C’è una domanda che potrebbe porsi la persona che non ha avuto modo di leggere i libri di Asbjørnsen e Faye, ovvero: cosa cambia tra i due se entrambi riportano le leggende norvegesi?

Le leggende di Asbjørnsen provengono prettamente dall’area intorno Oslo e dalla zona orientale della Norvegia (escluse alcune dal Nordland), Faye copre un più ampio spettro di indagine, inoltre le leggende di Asbjørnsen vengono sempre introdotte da una cornice in cui l’autore spiega i modi e i tempi di ricezione della materia popolare, e quindi hanno anche un valore letterario, le leggende di Faye invece non sono “abbellite” da nessuna premessa, la leggenda viene presentata così come è.

Quale pensi che sia il ruolo delle leggende popolari nel mondo odierno?

Da un punto di vista speculativo penso possano offrirci la chiave di lettura di molti comportamenti, rituali, e la Weltanschauung dell’uomo pre-rivoluzione industriale.



Musicalmente sei molto legato a Otyg e Vintersorg in particolare, da dove nasce questo amore?

Insieme a Bergtatt degli Ulver, penso che i loro album siano stati i primi a offrire una “colonna sonora” ai miei studi sul folklore scandinavo credibile in fatto di accuratezza nei confronti della materia trattata, mentre altre band incentravano i loro lavori su tematiche più ideologiche, religiose o altro, Otyg e Vintersorg parlavano degli “esseri sotterranei” scandinavi e dei loro contatti col mondo esterno.

Abbiamo collaborato per il libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: il tuo aiuto per i testi di Otyg e Windir è stato fondamentale. Di cosa trattano le liriche di questi gruppi e cosa ti colpisce in particolare degli Otyg?

Le tematiche degli Otyg riguardano in generale gli esseri soprannaturali e le leggende scandinave con uno sguardo alla natura sognante, romantica ma anche aspra del Norrland, la regione da dove proviene Hedlund; i testi dei Windir sono più personali e associati alla storia del Sognedal. Degli Otyg mi colpiscono sia i testi, come già detto, molto accurati e mai banali, sia le musiche originali e vicine al folk scandinavo.

Quali sono i tuoi ascolti sia in ambito metal che al di fuori? Vuoi segnalare qualche band poco nota in Italia che segui con interesse?

A parte i classici del black norvegese dei ’90, al momento sono molto preso da Chelsea Wolfe e dal suo ultimo album, è praticamente fisso nel mio lettore! Segnalo un gruppo di folk rock/metal norvegese, Bergtatt, con all’attivo due album, soprattutto il primo Røtter, e la discografia dei Gåte; immensi anche i finlandesi Tenhi.

Hai mai pensato di scrivere un libro “musicale”?

Nei primi anni del 2000 avevo un sito, Nordens Skalder, in cui pubblicavo le mie traduzioni di testi di gruppi norvegesi, ed era abbastanza famoso all’epoca, poi ho scoperto che molti “saccheggiavano” le mie traduzioni senza riconoscerne la mia paternità affibbiando a loro stessi il mio duro lavoro, quindi decisi di chiuderlo; se dovessi scrivere un libro sarebbe incentrato sui testi e la loro spiegazione.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Sto preparando un articolo sugli Otyg e la rappresentazione degli esseri soprannaturali che ne risulta dai loro testi, e sarà pubblicato in una miscellanea spero entro la fine dell’anno. Sto traducendo alcune fiabe e ormai sto concludendo un lavoro decennale su una ballata medievale norvegese in dialetto. A breve dovrebbe essere pubblicato un mio articolo su Ibsen sugli Annali dell’Istituto Orientale di Napoli.

Sono felice di averti ospitato sulle pagine di Mister Folk, come possono i lettori essere aggiornati sui tuoi lavori?

Possono seguirmi su academia https://asbjornsenselskapet.academia.edu/LucaTaglianetti. Per acquistare Svartedauen. La Morte Nera, il modo più veloce ed economico e farlo direttamente dalla pagina della casa editrice, QUI.


Articolo postato su Mister Folk, che si ringrazia per il cortese permesso di pubblicazione.

lunedì 8 febbraio 2016

La Biarmia di Martti Haavio: un confine immaginato

Durante l’Operazione Barbarossa, Vidkun Qvisling volle che la mai realizzata colonia norvegese della Russia del nord prendesse il nome di “Bjarmeland”, riesumando così dalla storia e dal mito quella sorta d’Iperione delle mappe settentrionali, enigmatica culla della nazione di Pohjola, potenza commerciale del Mar Bianco, prospero regno dai mille tesori che, nei secoli, è tramontato e risorto all’orizzonte della storia, scaldando il cuore dei suoi esploratori. 
L’argomento è ora all’attenzione del pubblico italiano: ad agosto 2015 la piccola casa editrice Vocifuoriscena ha pubblicato la traduzione italiana del saggio di Matti Haavio Splendore e declino del regno di Biarmia (Bjarmian vallan kukoistus ja tuho, 1965). Un saggio finlandese in traduzione italiana è, già di per sé, un evento di un certo interesse, tanto più se l’argomento è tra i più sfuggenti e proteiformi dell’antichità finnica, trattato in modo organico e approfondito, non senza qualche spericolatezza, da una figura eclettica del mondo accademico finlandese. 


Martti Henrikki Haavio nasce a Temmes (Ostrobotnia Settentrionale) nel 1899; laureato in filosofia nel 1932 presso l’Università di Helsinki, un anno prima diventa funzionario dell’Archivio di poesia popolare della Suomen Kirjallisuuden Seura, la Società di Letteratura Finlandese, istituto del quale, a partire dal 1934, è direttore. In quegli anni inizia la sua carriera di ricercatore e interprete della lirica baltofinnica: i suoi studi, permeati dall’acerbo fenomenologismo di Julius Krohn e, soprattutto, dal “ponderato diffusionismo” di Uno Harva, lo portano alla pubblicazione del primo studio, Suomalaisen muinaisrunouden maailma (Il mondo della poesia finnica, 1935), cui seguono, tra i saggi di maggior rilievo Väinämöinen. Suomalaisten runojen keskushahmo (Väinämöinen. Figura centrale dei carmi finnici”, 1950), Karjalan jumalat (“Gli dèi di Carelia, 1959) e Suomalainen mytologia (“Mitologia finnica, 1967), lavori centrati sullo sviluppo e la funzione dei miti nelle loro descrizioni liriche. Dal 1947 al 1956 detiene la cattedra di studi comparati sulla tradizione orale presso l’Università di Helsinki e, dal 1956 al 1959, è membro dell’Accademia di Finlandia. Come poeta scrive sotto lo pseudonimo di P. Mustapää, nome derivato dalla cinquecentesca Casa delle Teste Nere di Tallin, sede dell’omonima Confraternita, gilda di mercanti baltici fondata nei primi del ‘400 a Rīga, il cui patrono era San Maurizio (la testa nera è un riferimento all’iconografia duecentesca del soldato moro e alle presunte origini egiziane del Santo). Nelle prime due raccolte, Laulu ihanista silmistä (“Canto d’occhi incantevoli”, 1925) e Laulu vaakalinnusta (“Canto su un grifo”,1925), troviamo una commistione tra contemplazione cosmica, stilemi tardoromantici ed esprit européen, elementi caratteristici di Tulenkantajat, movimento letterario al quale il giovane Haavio aderisce, quantunque ufficiosamente, prendendone poi le distanze per divergenze verso Mika Waltari e altre figure da lui definite “pseudointellettuali maturati in botte” e ranskanpullansyöjät, “divoratori di pandolci francesi” ovvero gagà esterofili. Tra le opere più significative, Jäähyvaiset Arkadialle (“Addio, Arcadia”, 1945), introspezione reorientativa sulla disillusione del dopoguerra, e Ei rantaa ole, oi Tethis (“Non v’è costa, o Tethis”, 1948), sincretismo “leinoniano” tra mito classico e simbolo cristiano, motivo riproposto anche in Linnustaja (“L’uccellatore”, 1952). Nelle due raccolte Kirjokansi (“Coperchio screziato”, 1952) e Laulupuu (“L'albero dei canti”, 1952), falsarighe rispettivamente del Kalevala e della Kanteletar, Haavio tenta una ricostruzione “in provetta” degli archetipi della lirica popolare, accostando metodo filologico e ricerca del risultato poetico, posizione che potremmo definire il motivo dominante della sua opera letteraria e divulgativa. Sulla stessa linea, nell’ambito degli studi filologico-folcloristici, è sviluppata anche l’opera da poco tradotta in italiano, il cui sottotitolo, Historiaa ja runoutta (Storia e poesia), è stato deliberatamente eliminato, per volontà di editore e traduttore, al fine di sottrarre lo spessore scientifico dello studio alla scorciatoia di un’interpretazione forzatamente evemeristica delle fonti lirico-folcloristiche, espediente cui l’autore indulge piuttosto frequentemente. 



Della Biarmia (Bjarmaland, prospera terra popolata dai beormas citati dal viaggiatore norvegese Óttar di Hålogaland, come da altre fonti scandinave, tedesche, russe, finno-permiane, turciche, arabe, greche e latine), si sono occupati intellettuali finlandesi quali l’etnologo, linguista e storico Kustaa Vilkuna, l’archeologo Aarne Michaël Tallgren, il poeta e traduttore Joel Lehtonen e, nella sua fugace esperienza di scrittore, Akseli Gallén-Kallela, a titolo proprio tutti affascinati dalla romantica finnicità di questa misteriosa terra menzionata dalle antiche scritture, importante crocevia dei mercati del Settentrione e meta ambìta di scorrerie da parte dei popoli vicini per le sue inusitate ricchezze. 
Nell’introduzione, Haavio spiega come maturò l’idea di affrontare il nodo archeo-filologico della Bjarmia durante la guerra di continuazione (1941-1942) allorché, a capo della 7ma Propagandakompanie (TK-komppania), di stanza nell’Olonec al fianco di poeti e intellettuali quali Olavi Paavolainen e Yrjö Jylhä, ebbe modo di visitare villaggi vepsi e ludi e di conoscere rappresentanti di questi due ceppi baltofinnici. Dalle esperienze di guerra nacquero due pubblicazioni, il diario Me marssimme Aunuksen teitä (“Marciamo sulle vie dell’Olonec, 1969) e, a quattro mani con Paavolainen, Taistelu Aunuksta (“Battaglia per l’Aunus), testo posto all’indice nel dopoguerra e recentemente riproposto da SKS. Ricordiamo che, nella sua forma più condivisa, la cartografia dell’irredentismo finlandese (Suur-Suomi-aate) poneva il “confine naturale” più orientale della Grande Finlandia nell’Olonec e nella Vepsia, come già descritto nell’ultima strofa di Suomen valta (“Dominio finlandese”, 1860) di August Ahlqvist o nella prima versione della Jääkärimarssi (“Marcia dello Jäger”) di Heikki Nurmio, musicata da Jean Sibelius (Op. 91, 1917). 
Negli anni della guerra la macchina propagandistica formalizza l’utopia pan-finnica nell’apologia Finnlands Lebensraum, redatta dal geografo Väinö Auer, dallo storico Eino Jutikkala e dal già menzionato Kustaa Vilkuna, nonché nel saggio Idän kysymys dello storico Jalmari Jaakkola: di questi ricercatori due, Vilkuna e Jaakkola, sono stati emeriti indagatori della Biarmia storica. Ricordiamo di passaggio che, politicamente, Haavio fu una figura piuttosto obliqua: se da un lato il rifiuto di un eccessivo cosmopolitismo lo portò ad allontanarsi dal gruppo Tulenkantajat (nel 1925, durante la festa annuale della Società Accademica di Carelia, tenne un discorso sul danno del bilinguismo all’identità finlandese), dall’altro nel 1932, come Urho Kekkonen, Vilkuna e altre personalità vicine al Maalaisliitto, dette le proprie dimissioni dalla Akateeminen Karjala-Seura poiché il consiglio direttivo non fece atto formale di condanna verso il fallito colpo di stato dei nazionalisti, conosciuto come Ribellione di Mäntsälä. L’attività scientifica di Haavio, dagli studi sulle religioni dei popoli finni-careliani alla “caccia al tesoro” della Biarmia è, in vario modo, sempre solidale agli orientamenti individuali dell’autore. Dimostrare che vepsi e voti fossero i discendenti dei Biarmi significava spostare l’asse dell’indagine dall’ipotesi finno-permiana (già sostenuta da Olaus Rudbeck e sviluppata nel primo ‘800 fino a Jaakkola) a quella baltofinnica, il cui perno è l’incrocio tra le fonti cronachistiche russe sulla Biarmia e l’etnonimo “Čudi” (voce peraltro presente nel lessico mitico-folcloristico di Komi e Udmurti): con l’assimilazione dei vepsi ai così detti “Čudi d’oltre corso” (Čud' zavoločskaja), ovvero i finni alla foce o al basso corso della Dvina Settentrionale, la “Biarmia storica” della Carta di Olaus Magnus poteva essere agevolmente sovrapposta al mythomoteur della Grande Finlandia, mercé un robusto apparato filologico in grado di collocare, non senza qualche forzatura, le tessere materiali delle fonti, frammentarie e spesso tra loro contraddittorie, nel mosaico della narrazione storica. 
Haavio illustra l’etnogenesi ricorrendo ad un’etimologia descrittiva presumibilmente comune a fenni, kveni, biarmi e vepsi (wizzi in Adamo di Brema, wisinni in Saxo Grammatico): dietro questi etnonimi vi sarebbero parole legate al colore chiaro di capelli e carnagione. Le varianti arabe Wīsū, Īsū, etc., confermerebbero il ruolo nodale della “Biarmia vepsa” nella poderosa rete commerciale lungo le fitte vie d’acqua nei bacini del Volga e della Dvina, grazie alla quale merci, principalmente argento e pelli ma anche prodotti del Mare di Barents, circolavano tra Settentrione orientale, Grande Bulgaria, Medio Oriente e Asia Centrale, arricchendo tra i popoli il reciproco sviluppo di miti, leggende e bestiari. Come ha osservato Urpo Vento (Filologi Bjarmian rajoilla, in Virittäjä”, 1966, 70), la più autentica scoperta di Haavio consiste nell’individuazione di un tratto comune tra le fonti scandinave e il racconto degli arabi: un popolo detto biarmo, in grado di esercitare il controllo sui venti del nord e di suscitare il gelo (al-Qazwīnī e Saxo). Da una fonte come quella di Saxo Grammaticus, materiale che l’autore riteneva andasse maneggiato con estrema cautela, il folklorista ha il compito di filtrare la sostanza storica dalla scenografia verosimile del mito: nel contenuto russo-variago delle vicende del re e viaggiatore leggendario Ragnarr loðbrók vi è il riflesso delle spedizioni che gli scandinavi intrapresero oltre il Baltico verso nord-est, il risultato delle quali fu la colonizzazione della Russia sotto il nome di Rjurik. 
La trattazione delle fonti scaldiche costituisce senza dubbio la componente più criptica dell’intera questione: Haavio affida la traduzione dei testi ad Aale Tynni, seconda moglie dell’autore, anch’ella, in definitiva, una poetessa votata alla filologia. Le frequenti concessioni ad una linea in grado di suffragare le tesi del marito sono, nella versione italiana, coscienziosamente corrette nel quadro di una restituzione dell’argomento all’indagine scientifica (in appendice vi è una versione filologica della Þórsdrápa, fonte nella quale l’accavallarsi di kenningar e artifici allegorici costituisce ostacolo ad una soluzione interpretativa univoca). 
Nel giudizio sulla veridicità del materiale scaldico Haavio si pone in linea con l’esegesi di Jan De Vries e di altri scandinavisti dell’epoca: le istanze di una “lirica operativa”, declamata ad un pubblico scelto per celebrare le memorie di re ed eroi, comportava l’elaborazione del tema narrativo a partire da un fatto storico. L’autore considera affidabile anche il racconto di Snorri sui viaggi in Biarmia di Þórir hundr e Karle, nonché la menzione del dio Jómali, la cui statua era ornata dalle vagheggiate ricchezze dei Biarmi. All’accostamento tra il nome e le orbite della voce uralica *juma (juamala, juma), segue un’audace tragitto etimologico che, dalla divinità finno-lappone Iuma citata da Tornaeus, attraverso la figura agrario-apotropaica dello Jumis lettone, giunge fino allo Yama vedico ed allo Yima iranico, sottolineandone la funzione eponimo-titanica, in linea con la coeva fenomenologia delle religioni (Zaehner, Eliade), nonché il ruolo nella topografia ctonia (il lemma jumi e il coleottero noto come orologio della morte). 
Il saggio si conclude con la descrizione delle spedizioni condotte a metà Ottocento presso il Cholmogorskij rajon (oblast' di Arcangelo) alla ricerca del bosco di Holmogor, sepolcro čudo e, presumibilmente, luogo sacro dei biarmi: un piccolo caso archeologico dal quale già il Castrén sperò di trarre segni tangibili di una civiltà i cui insediamenti, prima di allora, erano presenti solo nelle carte immaginifiche del mito nordico. Lo studio di Haavio è l’ultimo tentativo, per molti aspetti il più affascinante e spettacolare, di rinfocolare lo spirito di un’antichità settentrionale a metà tra il tema iperboreo (l’Eridano come la Dvina Settentrionale, i monti Ripei e la “porta di Alessandro”) e il Nationalcharakter herderiano (il ritorno in patria di Apollo come la visita del “gigante vepso” alla corte del qan di Bulgaria, la diaspora linguistica dei finni). Sulla Biarmia non si è scritto più; parlarne ancora da un punto di vista storico-filologico suona forse un poco démodé, ma il nome ricorre nella coscienza dei finlandesi come il sogno nel Laulu Kuujärvestä (Canto di Kuujärvi”) di Yrjö Jylhä: per qualche giornalista regioni come la Repubblica dei Komi e l’oblast' di Arcangelo, importanti interlocutori commerciali della Finlandia, sono ancora “Biarmia”; altri (il giovane scrittore e giornalista Ville Ropponen, 2015) vi intitolano antologie di poeti contemporanei d’ambito finno-ugrico. L’arcadico mistero del “popolo bianco” continua ad affascinare.

articolo di

Marcello Ganassini


Per informazioni, vieni alla pagina di Splendore e scomparsa del regno di Biarmia