giovedì 11 agosto 2016

Intervista a Corina Ardelean



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è Corina Ardelean?

Il nome “Corina” deriva da kórē, che in greco vuol dire “fanciulla”, eterna giovinezza. In un certo senso, dentro di me vive ancora una bambina che guarda il mondo attraverso quel filtro speciale che rende tutto bello, positivo. Sono semplicemente una donna che a quarantasei anni non ha ancora smesso di sognare.

Perché hai cominciato a scrivere?

Ho sempre avuto, già da bambina, una fervida immaginazione, e spesso nella mia testa inventavo dei veri film, con dialoghi e situazioni a volte drammatici, a volte divertenti, dunque metterle sulla carta era una conseguenza naturale. Avevo già iniziato un altro romanzo in passato, ma con Il profumo dei ricordi ghiacciati ho proseguito semplicemente perché mi piaceva troppo la storia. 

Intendi dire che avevi stabilito l’intera trama fin dall’inizio?

Già, appena nata l’idea, avevo chiaro nella testa il finale, anzi, tutta la trama. Poi mano a mano che scrivevo, nuovi personaggi sono andati ad aggiungersi ai protagonisti principali, come se nascessero spontaneamente, senza alcuno sforzo da parte mia. O almeno questa è stata la sensazione. 

In quale personaggio del tuo romanzo ti riconosci di più e perché?

In un certo senso, in piccola parte, un po’ in tutti. Certo, la mia protagonista Laura/Isabel rispecchia tanto del mio modo di essere, il carattere, ma attraverso Irina, per esempio, ho raccontato un piccolo pezzo della mia infanzia, ho rispolverato alcuni dei miei ricordi da bambina. 

Sebbene tu sia di madrelingua rumena, hai scritto il tuo romanzo in italiano, e direi che si tratta davvero di un buon italiano. Quali difficoltà hai trovato nello scrivere, nel pensare in una lingua per te acquisita?

La difficoltà maggiore per me sono le consonanti doppie, visto che nel rumeno non si usano, ma per quanto riguarda il pensare, l’esprimermi in italiano mi è molto facile. Ovviamente spero sempre di farlo nella forma giusta.

Nel romanzo metti i tuoi personaggi di fronte a una crisi che fa crollare le loro maschere; eppure, mi sembra, sono gli uomini a rivelarsi più fragili, mentre le donne sviluppano una forza interiore che le porta a superare le difficoltà a dispetto di tutto. È stata una scelta voluta e significativa, o hai espresso istintivamente ciò che avverti nella natura di uomini e donne?

Non seguo logiche o meccanismi preimpostati, e di conseguenza i miei personaggi nascono in modo istintivo. Non sono una femminista, ma sono dalla parte delle donne. Credo che noi abbiamo quel qualcosa che ci rende fragili e forti nello stesso tempo, mentre l’uomo è più semplice, e spesso davanti a cambiamenti insoliti si trova spiazzato, reagisce peggio della donna. Sì. Sono convinta che la complessità delle donne sia in realtà il loro vero pregio.



Il tuo romanzo si svolge tra due città, Verona e Vienna; contiene inoltre una lunga e intensa parte ambientata a Cluj Napoca, in Romania. Perché hai scelto queste tre città? Cosa rappresentano per te?

In tutte queste tre città ci ho vissuto e lasciato un pezzo del mio cuore. E poi la mia città natale, Șimleu Silvaniei, l’ho nominata e raccontata in una piccola parte, e questo semplicemente perché i posti che amo mi accompagnano nei ricordi, dunque raccontarli era la conseguenza naturale. 

La tua scrittura ha una qualche dimensione etica? In altre parole, ritieni di poter “insegnare” qualcosa al lettore, portarlo a riflettere? In tal caso, quali tipi di “messaggi” sono contenuti nel tuo romanzo?

Non voglio che sembri una frase scontata, ma davvero l’unico pensiero che vorrei trasparisse dal libro è questo: segui il tuo cuore e non sbagli mai. È un inno all’amore in tutte le sue forme. Il primo amore, quello per i figli, quello improvviso, quello sconosciuto, quello doloroso, però sempre è comunque amore.

Qual è il tuo lettore ideale? In altre parole, a quale tipo di pubblico senti di rivolgerti?

All’inizio lo pensavo come un romanzo più rivolto alle donne, mogli, madri per poi scoprire con sorpresa che è stato letto e apprezzato quasi di più dagli uomini. Ho usato un vocabolario semplice, comprensibile per tutti, e lo stile scorrevole e diretto credo si adatti sia alle aspettative di una ragazza giovane che di un signore sessantenne. 

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Di solito la sera, quando il trantran quotidiano svolge al termine, nella quiete della sera (o notte a volte). D’istinto, senza razionalizzare o soffermarmi tanto su quello che scrivo. Poi in seguito, tempo dopo, ritorno e rileggo. Se mi piace tengo, altrimenti cancello.

La stesura del Profumo dei ricordi ghiacciati è iniziata circa dieci anni fa, se non sbaglio. Cosa è successo da allora a quando lo hai pubblicato con Vocifuoriscena?

La prima parte del romanzo l’ho scritta nel 2007, la seconda addirittura nel 2013. Poi, dopo la mia auto pubblicazione ho conosciuto gli editori di Vocifuoriscena, che hanno fatto l’editing del libro e devo dire che sono più che contenta.
Oltre la “pulizia” dei refusi, e la sistemazione di tutte le imperfezioni, mi hanno fatto guardare, e rileggere il libro, da un altro punto di vista. Ho acquistato più sicurezza e fiducia e ho capito, grazie agli editori, il valore di quanto scritto. Spero che anche la loro fiducia sia un giorno ripagata dal riscontro con i lettori.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

A parer mio, dentro di noi c’è già una specie di filtro, un’autocensura. Poi c’è chi si spinge oltre quel limite, ma alla fine lo si fa con cautela, perché tutto sommato, ci interessa il parere del pubblico, e non lo si può offendere e soprattutto mai sottovalutare. 

Grazie, Corina, per la tua disponibilità e il tuo incontenibile entusiasmo. Speriamo di leggere presto un tuo nuovo romanzo.


Per ulteriori informazioni sul libro, Il profumo dei ricordi ghiacciati.
Un'altra intervista a Corina Ardelean, qui.

venerdì 22 luglio 2016

Intervista a G. Luca Boschiero



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è G. Luca Boschiero?

Non saprei. Così, a occhio, il tipo che compare nella foto.

Scrivi seguendo un metodo, o ti affidi all’istinto? E, se la seconda, quale tipo di istinto?

Metodo: immaginata la storia parto da prologo, poi epilogo e quindi scena centrale. Costituita l’ossatura comincia il duro lavoro.



Con Vocifuoriscena hai pubblicato, come romanzo di esordio, Emilio e il professore, che racconta i possibili retroscena della vita di Emilio Salgari e di Cesare Lombroso, ma anche forse della città in cui vivi.

Amo Verona, è una città che mi fornisce molti spunti narrativi. Mi piace raccontarla e descriverla. Il monumento a Cesare Lombroso, così inquietante e gotico (non nella forma ma nella sua essenza), è stato una grande fonte di ispirazione.

Se dovessi definirlo come genere, quale etichetta applicheresti a Emilio e il professore?

Steampunk a zero impatto tecnologico.

In quale personaggio di questo romanzo ti riconosci di più e perché?

Il nobile Alvise, una brava persona, fondamentalmente frustrata, che ha occasione di riscattarsi.



Passiamo a Odio i film francesi e Ritorno al Filmondo, pubblicati in un unico volume. Raccontaci come sono nati questi romanzi e quali vicissitudini editoriali hanno attraversato prima di approdare a Vocifuoriscena.

Il primo romanzo è stato pubblicato da RAI-ERI ma, purtroppo, non promosso. Se la RAI mettesse in sinergia tutto quello che produce credo che i suoi conti non sarebbero in rosso. Invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Poi l’ho ripubblicato in proprio, con il seguito. Poi è arrivata VFS.

Il protagonista, in questo caso, è un tale Luca Boschiero, il cui nome nei film francesi viene storpiato in Boschieró. Ma sei davvero tu? Quali differenze vi sono tra Boschiero e Boschieró.

Nessuna.

In fatto di innovazioni, i tuoi due romanzi ambientati nel Filmondo scherzano non poco. La metaletteratura esisteva già prima, vedi Calvino, Queneau, Cervantes. E anche il cinema ha utilizzato i metalivelli spesso e volentieri, vedi Woody Allen e Mel Brooks, sempre a titolo di esempio. Tu hai fatto un passo avanti: hai reso il cinema metaletterario. Una scelta a monte, o un’intuizione geniale?

Diciamo un’intuizione. Il cinema ha trattato abbondantemente il tema dell’Oltreschermo (dopo l’Oltreschermo c’è il Filmondo…): io ho trattato il tema in letteratura. Il livello di complicazione si impenna, poiché sappiamo che il Filmondo è contiguo al Libromondo e al Fumettomondo. In queste terre di confine sono nati numerosissimi frutti, anche se non sempre belli a vedersi. Se si facesse un film sul mio libro si andrebbe in loop.

Odi davvero i film francesi?

Non mi piace quando lo stile diventa maniera. In quei casi la mia irritazione può tramutarsi in odio. A cavallo tra la fine degli anni ’60 e i ’70, il cinema francese ha imboccato la strada del manierismo, inzuppato di vezzi, stereotipi stilistici e cliché. Un cine-rococò insopportabile. Ma visto che detesto in egual misura il manierismo di Fellini post Dolce vita (le “fellinate”) non posso certo essere tacciato di xenofobia.

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Quando avevo una famiglia era dura, nessuno doveva disturbare il processo creativo e scrivevo di sera e il sabato e la domenica. Ora che una famiglia non l’ho più, ogni momento è buono per scrivere e, quindi, non scrivo più.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

L’unico impedimento è il rapporto con sé stesso. Il pubblico non esiste, nel senso che è un’entità virtuale.

Perché hai deciso di metterti a scrivere? Non ci sono già abbastanza persone che mettono a rischio l’ecosistema sprecando carta stampata?

Sì, e io voglio essere una di loro.

Quali scrittori costituiscono il tuo punto di riferimento letterario? O forse dovrei dire… quali registi?

Scrittori; John Fante di Chiedi alla polvere per la narrazione in prima persona, Stephen King per la descrizione alla moviola degli stati d’animo; Dan Simmons e Il primo Philip José Farmer per i metauniversi; Tom Sharp per lo humour, Kurt Vonnegut per la composizione narrativa, James Ellroy e Jim Thompson per il ritmo. Registi: Don Siegel e Sam Packinpah per il racconto; Monicelli è il più grande degli italiani e Joseph Losey lo considero un genio.

I tuoi prossimi progetti letterari?

Finire Rami elementari, terza parte della saga di Zeno Santini. Genere: giallo omoeopaticamente surreale. Io adoro Zeno. Poi ho in testa il plot della terza parte della saga del Filmondo, ma dubito vedrà mai la luce.

Grazie, Luca, per la tua disponibilità e simpatia. A presto!

Intervista a G. Luca Boschiero



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è G. Luca Boschiero?

Non saprei. Così, a occhio, il tipo che compare nella foto.

Scrivi seguendo un metodo, o ti affidi all’istinto? E, se la seconda, quale tipo di istinto?

Metodo: immaginata la storia parto da prologo, poi epilogo e quindi scena centrale. Costituita l’ossatura comincia il duro lavoro.



Con Vocifuoriscena hai pubblicato, come romanzo di esordio, Emilio e il professore, che racconta i possibili retroscena della vita di Emilio Salgari e di Cesare Lombroso, ma anche forse della città in cui vivi.

Amo Verona, è una città che mi fornisce molti spunti narrativi. Mi piace raccontarla e descriverla. Il monumento a Cesare Lombroso, così inquietante e gotico (non nella forma ma nella sua essenza), è stato una grande fonte di ispirazione.

Se dovessi definirlo come genere, quale etichetta applicheresti a Emilio e il professore?

Steampunk a zero impatto tecnologico.

In quale personaggio di questo romanzo ti riconosci di più e perché?

Il nobile Alvise, una brava persona, fondamentalmente frustrata, che ha occasione di riscattarsi.



Passiamo a Odio i film francesi e Ritorno al Filmondo, pubblicati in un unico volume. Raccontaci come sono nati questi romanzi e quali vicissitudini editoriali hanno attraversato prima di approdare a Vocifuoriscena.

Il primo romanzo è stato pubblicato da RAI-ERI ma, purtroppo, non promosso. Se la RAI mettesse in sinergia tutto quello che produce credo che i suoi conti non sarebbero in rosso. Invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Poi l’ho ripubblicato in proprio, con il seguito. Poi è arrivata VFS.

Il protagonista, in questo caso, è un tale Luca Boschiero, il cui nome nei film francesi viene storpiato in Boschieró. Ma sei davvero tu? Quali differenze vi sono tra Boschiero e Boschieró.

Nessuna.

In fatto di innovazioni, i tuoi due romanzi ambientati nel Filmondo scherzano non poco. La metaletteratura esisteva già prima, vedi Calvino, Queneau, Cervantes. E anche il cinema ha utilizzato i metalivelli spesso e volentieri, vedi Woody Allen e Mel Brooks, sempre a titolo di esempio. Tu hai fatto un passo avanti: hai reso il cinema metaletterario. Una scelta a monte, o un’intuizione geniale?

Diciamo un’intuizione. Il cinema ha trattato abbondantemente il tema dell’Oltreschermo (dopo l’Oltreschermo c’è il Filmondo…): io ho trattato il tema in letteratura. Il livello di complicazione si impenna, poiché sappiamo che il Filmondo è contiguo al Libromondo e al Fumettomondo. In queste terre di confine sono nati numerosissimi frutti, anche se non sempre belli a vedersi. Se si facesse un film sul mio libro si andrebbe in loop.

Odi davvero i film francesi?

Non mi piace quando lo stile diventa maniera. In quei casi la mia irritazione può tramutarsi in odio. A cavallo tra la fine degli anni ’60 e i ’70, il cinema francese ha imboccato la strada del manierismo, inzuppato di vezzi, stereotipi stilistici e cliché. Un cine-rococò insopportabile. Ma visto che detesto in egual misura il manierismo di Fellini post Dolce vita (le “fellinate”) non posso certo essere tacciato di xenofobia.

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Quando avevo una famiglia era dura, nessuno doveva disturbare il processo creativo e scrivevo di sera e il sabato e la domenica. Ora che una famiglia non l’ho più, ogni momento è buono per scrivere e, quindi, non scrivo più.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

L’unico impedimento è il rapporto con sé stesso. Il pubblico non esiste, nel senso che è un’entità virtuale.

Perché hai deciso di metterti a scrivere? Non ci sono già abbastanza persone che mettono a rischio l’ecosistema sprecando carta stampata?

Sì, e io voglio essere una di loro.

Quali scrittori costituiscono il tuo punto di riferimento letterario? O forse dovrei dire… quali registi?

Scrittori; John Fante di Chiedi alla polvere per la narrazione in prima persona, Stephen King per la descrizione alla moviola degli stati d’animo; Dan Simmons e Il primo Philip José Farmer per i metauniversi; Tom Sharp per lo humour, Kurt Vonnegut per la composizione narrativa, James Ellroy e Jim Thompson per il ritmo. Registi: Don Siegel e Sam Packinpah per il racconto; Monicelli è il più grande degli italiani e Joseph Losey lo considero un genio.

I tuoi prossimi progetti letterari?

Finire Rami elementari, terza parte della saga di Zeno Santini. Genere: giallo omoeopaticamente surreale. Io adoro Zeno. Poi ho in testa il plot della terza parte della saga del Filmondo, ma dubito vedrà mai la luce.

Grazie, Luca, per la tua disponibilità e simpatia. A presto!

Intervista a G. Luca Boschiero



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è G. Luca Boschiero?

Non saprei. Così, a occhio, il tipo che compare nella foto.

Scrivi seguendo un metodo, o ti affidi all’istinto? E, se la seconda, quale tipo di istinto?

Metodo: immaginata la storia parto da prologo, poi epilogo e quindi scena centrale. Costituita l’ossatura comincia il duro lavoro.



Con Vocifuoriscena hai pubblicato, come romanzo di esordio, Emilio e il professore, che racconta i possibili retroscena della vita di Emilio Salgari e di Cesare Lombroso, ma anche forse della città in cui vivi.

Amo Verona, è una città che mi fornisce molti spunti narrativi. Mi piace raccontarla e descriverla. Il monumento a Cesare Lombroso, così inquietante e gotico (non nella forma ma nella sua essenza), è stato una grande fonte di ispirazione.

Se dovessi definirlo come genere, quale etichetta applicheresti a Emilio e il professore?

Steampunk a zero impatto tecnologico.

In quale personaggio di questo romanzo ti riconosci di più e perché?

Il nobile Alvise, una brava persona, fondamentalmente frustrata, che ha occasione di riscattarsi.



Passiamo a Odio i film francesi e Ritorno al Filmondo, pubblicati in un unico volume. Raccontaci come sono nati questi romanzi e quali vicissitudini editoriali hanno attraversato prima di approdare a Vocifuoriscena.

Il primo romanzo è stato pubblicato da RAI-ERI ma, purtroppo, non promosso. Se la RAI mettesse in sinergia tutto quello che produce credo che i suoi conti non sarebbero in rosso. Invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Poi l’ho ripubblicato in proprio, con il seguito. Poi è arrivata VFS.

Il protagonista, in questo caso, è un tale Luca Boschiero, il cui nome nei film francesi viene storpiato in Boschieró. Ma sei davvero tu? Quali differenze vi sono tra Boschiero e Boschieró.

Nessuna.

In fatto di innovazioni, i tuoi due romanzi ambientati nel Filmondo scherzano non poco. La metaletteratura esisteva già prima, vedi Calvino, Queneau, Cervantes. E anche il cinema ha utilizzato i metalivelli spesso e volentieri, vedi Woody Allen e Mel Brooks, sempre a titolo di esempio. Tu hai fatto un passo avanti: hai reso il cinema metaletterario. Una scelta a monte, o un’intuizione geniale?

Diciamo un’intuizione. Il cinema ha trattato abbondantemente il tema dell’Oltreschermo (dopo l’Oltreschermo c’è il Filmondo…): io ho trattato il tema in letteratura. Il livello di complicazione si impenna, poiché sappiamo che il Filmondo è contiguo al Libromondo e al Fumettomondo. In queste terre di confine sono nati numerosissimi frutti, anche se non sempre belli a vedersi. Se si facesse un film sul mio libro si andrebbe in loop.

Odi davvero i film francesi?

Non mi piace quando lo stile diventa maniera. In quei casi la mia irritazione può tramutarsi in odio. A cavallo tra la fine degli anni ’60 e i ’70, il cinema francese ha imboccato la strada del manierismo, inzuppato di vezzi, stereotipi stilistici e cliché. Un cine-rococò insopportabile. Ma visto che detesto in egual misura il manierismo di Fellini post Dolce vita (le “fellinate”) non posso certo essere tacciato di xenofobia.

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Quando avevo una famiglia era dura, nessuno doveva disturbare il processo creativo e scrivevo di sera e il sabato e la domenica. Ora che una famiglia non l’ho più, ogni momento è buono per scrivere e, quindi, non scrivo più.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

L’unico impedimento è il rapporto con sé stesso. Il pubblico non esiste, nel senso che è un’entità virtuale.

Perché hai deciso di metterti a scrivere? Non ci sono già abbastanza persone che mettono a rischio l’ecosistema sprecando carta stampata?

Sì, e io voglio essere una di loro.

Quali scrittori costituiscono il tuo punto di riferimento letterario? O forse dovrei dire… quali registi?

Scrittori; John Fante di Chiedi alla polvere per la narrazione in prima persona, Stephen King per la descrizione alla moviola degli stati d’animo; Dan Simmons e Il primo Philip José Farmer per i metauniversi; Tom Sharp per lo humour, Kurt Vonnegut per la composizione narrativa, James Ellroy e Jim Thompson per il ritmo. Registi: Don Siegel e Sam Packinpah per il racconto; Monicelli è il più grande degli italiani e Joseph Losey lo considero un genio.

I tuoi prossimi progetti letterari?

Finire Rami elementari, terza parte della saga di Zeno Santini. Genere: giallo omoeopaticamente surreale. Io adoro Zeno. Poi ho in testa il plot della terza parte della saga del Filmondo, ma dubito vedrà mai la luce.

Grazie, Luca, per la tua disponibilità e simpatia. A presto!

lunedì 7 marzo 2016

Intervista: Luca Taglianetti

Il nome di Theodor Kittelsen (1857-1914) è ben noto agli amanti del metal scandinavo, quello estremo in particolare. I dipinti dell’artista norvegese sono stati utilizzati più volte come copertine dei vari dischi marchiati Burzum, Taake, Otyg, Satyricon e molti altri, segno inequivocabile della notorietà del pittore/poeta nel circuito metal. Incredibilmente il suo libro illustrato Svartedauden. La Morte Nera, descritto da Leif Østby come “il punto più alto della carriera artistica di Kittelsen, lavoro originale, immaginifico e unico” non è mai stato tradotto in nessuna lingua, fino a quando, in occasione dei cento anni dalla morte dell’artista norvegese, la casa editrice Vocifuoriscena ha pubblicato il volume tradotto, curato e commentato da Luca Taglianetti: un librino affascinante e cupo,  romantico quanto macabro nelle descrizioni e nelle gelide atmosfere descritte da Kittelsen. Con un tema come la Morte Nera, la peste che devastò l’Europa del XIV secolo, non poteva essere diversamente. Importanti al pari delle poesie, le illustrazioni non lasciano speranza tanto sono lo strazio e il decadimento, la morte e la sconfitta dell’uomo dinanzi a Pesta, colei che rastrella tutte le persone che trova.

Ho intervistato Luca Taglianetti per saperne di più sul libro Svartedauden. La Morte Nera, ma anche per farvi conoscere uno studioso che ha pubblicato in precedenza due libri sulle leggende e i racconti popolari della Norvegia, nonché appassionato di heavy metal e degli Otyg in particolare.




Per prima cosa direi di presentarti ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio, sono studioso e traduttore di letteratura scandinava; dal 2012 sono membro onorario dell’Asbjørnsenselskapet per cui svolgo ricerca nell’ambito delle tradizioni popolari, leggende, racconti e ballate scandinave; ho partecipato a vari convegni di scandinavistica e seminari (Firenze 2013, Milano 201).

Partiamo dal recente Svartedauden. La Morte Nera, libricino contenente le ballate di Theodor Kittelsen sulla peste, arricchito dai disegni in bianco e nero dell’autore. Come e quando ti è venuta l’idea di tradurre quest’opera?

La prima volta che ho visto i disegni di Kittelsen per Svartedauen è stato più di dieci anni fa, quando ho acquistato Hvis lyset tar oss di Burzum, da allora mi sono sempre più appassionato a questo artista, sia per i suoi dipinti che per il suo modo di intendere la natura e l’arte, ma solo di recente, nel mio ultimo soggiorno in Norvegia, ho scoperto che a quei disegni si accompagnavano anche delle poesie; mi trovavo a casa di un amico norvegese che aveva una delle ristampe del libro e leggendole ho capito l’alta qualità delle composizioni; tornato in Italia, dopo una breve ricerca, ho scoperto che non erano mai state tradotte in nessuna lingua, così ho deciso che anche chi non aveva facile accesso al norvegese, potesse godere di questo capolavoro!

In quale misura pensi che Kittelsen abbia influenzato il mondo dell’heavy metal?

Dal punto di vista dell’imagery tantissimo, penso sia l’unico pittore i cui quadri/dipinti siano stati utilizzati da così tante band.

Quando si parla di Theodor Kittelsen si pensa immediatamente ai dipinti che sono poi diventati le copertine dei vari Burzum, Wongraven, Taake, Surturs Lohe, Empyrium e Satyricon per fare solo alcuni nomi. Qual è l’elemento di quei dipinti che secondo il tuo parere ha colpito così tanti musicisti?

In Norvegia, Kittelsen è un’istituzione, tutti, quando pensano ai troll e agli esseri soprannaturali, hanno in mente le raffigurazioni fatte da lui; la fortuna ha voluto che fosse uno tra i primi e principali illustratori delle fiabe norvegesi con cui i giovani norvegesi sono cresciuti, penso che una reminiscenza di quelle storie fantastiche sia rimasta nei musicisti e che quindi da adulti abbiano trovano naturale utilizzare quelle immagini associate ai loro dischi.


Sei a conoscenza se alcuni gruppi hanno preso in considerazione le sue poesie per alcune canzoni?

Che io sappia solo un gruppo ha utilizzato Svartedauen come concept di un proprio disco, i When.

Nel 2012 hai pubblicato Racconti e leggende popolari norvegesi per l’editore Controluce: si tratta della prima traduzione integrale delle leggende trascritte da Peter Christen Asbjørnsen. Come mai abbiamo dovuto aspettare fino al 2012 per avere un libro del genere? Poco interesse verso la materia?

Se a oggi, esclusa la mia opera, non esiste una traduzione completa delle Norske huldreeventyr og folkesagn, non è dato solo dall’effettiva complessità della traduzione di un’opera che incorpora in sé tanti dialetti diversi, tanti modi di dire ormai non più in uso e di difficile recezione dagli stessi norvegesi, ma soprattutto dal fatto che le Norske huldreeventyr og folkesagn hanno sempre vissuto all’ombra delle Norske folkeeventyr, le fiabe norvegesi, raccolte e pubblicate da Asbjørnsen e Moe negli anni 1841-1844.


Due anni dopo, invece, hai pubblicato con Aracne il volume Leggende popolari norvegesi di Andreas Faye, risalente al 1833 nella prima versione. Quali sono i temi ricorrenti di queste leggende?

L’antologia di Faye è divisa in varie parti, come era uso nelle prime raccolte di leggende popolari ottocentesche, si va dalla descrizione e alle relative leggende sugli esseri soprannaturali (giganti, troll, esseri acquatici, folletti e non-morti), alle leggende storiche su personaggi delle saghe e della storia norvegese (sant’Olav, Haraldr Bellachioma), alle leggende sulla peste e sull’origine del nome di alcuni luoghi naturali di Norvegia (leggende eziologiche).

C’è una domanda che potrebbe porsi la persona che non ha avuto modo di leggere i libri di Asbjørnsen e Faye, ovvero: cosa cambia tra i due se entrambi riportano le leggende norvegesi?

Le leggende di Asbjørnsen provengono prettamente dall’area intorno Oslo e dalla zona orientale della Norvegia (escluse alcune dal Nordland), Faye copre un più ampio spettro di indagine, inoltre le leggende di Asbjørnsen vengono sempre introdotte da una cornice in cui l’autore spiega i modi e i tempi di ricezione della materia popolare, e quindi hanno anche un valore letterario, le leggende di Faye invece non sono “abbellite” da nessuna premessa, la leggenda viene presentata così come è.

Quale pensi che sia il ruolo delle leggende popolari nel mondo odierno?

Da un punto di vista speculativo penso possano offrirci la chiave di lettura di molti comportamenti, rituali, e la Weltanschauung dell’uomo pre-rivoluzione industriale.



Musicalmente sei molto legato a Otyg e Vintersorg in particolare, da dove nasce questo amore?

Insieme a Bergtatt degli Ulver, penso che i loro album siano stati i primi a offrire una “colonna sonora” ai miei studi sul folklore scandinavo credibile in fatto di accuratezza nei confronti della materia trattata, mentre altre band incentravano i loro lavori su tematiche più ideologiche, religiose o altro, Otyg e Vintersorg parlavano degli “esseri sotterranei” scandinavi e dei loro contatti col mondo esterno.

Abbiamo collaborato per il libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: il tuo aiuto per i testi di Otyg e Windir è stato fondamentale. Di cosa trattano le liriche di questi gruppi e cosa ti colpisce in particolare degli Otyg?

Le tematiche degli Otyg riguardano in generale gli esseri soprannaturali e le leggende scandinave con uno sguardo alla natura sognante, romantica ma anche aspra del Norrland, la regione da dove proviene Hedlund; i testi dei Windir sono più personali e associati alla storia del Sognedal. Degli Otyg mi colpiscono sia i testi, come già detto, molto accurati e mai banali, sia le musiche originali e vicine al folk scandinavo.

Quali sono i tuoi ascolti sia in ambito metal che al di fuori? Vuoi segnalare qualche band poco nota in Italia che segui con interesse?

A parte i classici del black norvegese dei ’90, al momento sono molto preso da Chelsea Wolfe e dal suo ultimo album, è praticamente fisso nel mio lettore! Segnalo un gruppo di folk rock/metal norvegese, Bergtatt, con all’attivo due album, soprattutto il primo Røtter, e la discografia dei Gåte; immensi anche i finlandesi Tenhi.

Hai mai pensato di scrivere un libro “musicale”?

Nei primi anni del 2000 avevo un sito, Nordens Skalder, in cui pubblicavo le mie traduzioni di testi di gruppi norvegesi, ed era abbastanza famoso all’epoca, poi ho scoperto che molti “saccheggiavano” le mie traduzioni senza riconoscerne la mia paternità affibbiando a loro stessi il mio duro lavoro, quindi decisi di chiuderlo; se dovessi scrivere un libro sarebbe incentrato sui testi e la loro spiegazione.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Sto preparando un articolo sugli Otyg e la rappresentazione degli esseri soprannaturali che ne risulta dai loro testi, e sarà pubblicato in una miscellanea spero entro la fine dell’anno. Sto traducendo alcune fiabe e ormai sto concludendo un lavoro decennale su una ballata medievale norvegese in dialetto. A breve dovrebbe essere pubblicato un mio articolo su Ibsen sugli Annali dell’Istituto Orientale di Napoli.

Sono felice di averti ospitato sulle pagine di Mister Folk, come possono i lettori essere aggiornati sui tuoi lavori?

Possono seguirmi su academia https://asbjornsenselskapet.academia.edu/LucaTaglianetti. Per acquistare Svartedauen. La Morte Nera, il modo più veloce ed economico e farlo direttamente dalla pagina della casa editrice, QUI.


Articolo postato su Mister Folk, che si ringrazia per il cortese permesso di pubblicazione.

lunedì 8 febbraio 2016

La Biarmia di Martti Haavio: un confine immaginato

Durante l’Operazione Barbarossa, Vidkun Qvisling volle che la mai realizzata colonia norvegese della Russia del nord prendesse il nome di “Bjarmeland”, riesumando così dalla storia e dal mito quella sorta d’Iperione delle mappe settentrionali, enigmatica culla della nazione di Pohjola, potenza commerciale del Mar Bianco, prospero regno dai mille tesori che, nei secoli, è tramontato e risorto all’orizzonte della storia, scaldando il cuore dei suoi esploratori. 
L’argomento è ora all’attenzione del pubblico italiano: ad agosto 2015 la piccola casa editrice Vocifuoriscena ha pubblicato la traduzione italiana del saggio di Matti Haavio Splendore e declino del regno di Biarmia (Bjarmian vallan kukoistus ja tuho, 1965). Un saggio finlandese in traduzione italiana è, già di per sé, un evento di un certo interesse, tanto più se l’argomento è tra i più sfuggenti e proteiformi dell’antichità finnica, trattato in modo organico e approfondito, non senza qualche spericolatezza, da una figura eclettica del mondo accademico finlandese. 


Martti Henrikki Haavio nasce a Temmes (Ostrobotnia Settentrionale) nel 1899; laureato in filosofia nel 1932 presso l’Università di Helsinki, un anno prima diventa funzionario dell’Archivio di poesia popolare della Suomen Kirjallisuuden Seura, la Società di Letteratura Finlandese, istituto del quale, a partire dal 1934, è direttore. In quegli anni inizia la sua carriera di ricercatore e interprete della lirica baltofinnica: i suoi studi, permeati dall’acerbo fenomenologismo di Julius Krohn e, soprattutto, dal “ponderato diffusionismo” di Uno Harva, lo portano alla pubblicazione del primo studio, Suomalaisen muinaisrunouden maailma (Il mondo della poesia finnica, 1935), cui seguono, tra i saggi di maggior rilievo Väinämöinen. Suomalaisten runojen keskushahmo (Väinämöinen. Figura centrale dei carmi finnici”, 1950), Karjalan jumalat (“Gli dèi di Carelia, 1959) e Suomalainen mytologia (“Mitologia finnica, 1967), lavori centrati sullo sviluppo e la funzione dei miti nelle loro descrizioni liriche. Dal 1947 al 1956 detiene la cattedra di studi comparati sulla tradizione orale presso l’Università di Helsinki e, dal 1956 al 1959, è membro dell’Accademia di Finlandia. Come poeta scrive sotto lo pseudonimo di P. Mustapää, nome derivato dalla cinquecentesca Casa delle Teste Nere di Tallin, sede dell’omonima Confraternita, gilda di mercanti baltici fondata nei primi del ‘400 a Rīga, il cui patrono era San Maurizio (la testa nera è un riferimento all’iconografia duecentesca del soldato moro e alle presunte origini egiziane del Santo). Nelle prime due raccolte, Laulu ihanista silmistä (“Canto d’occhi incantevoli”, 1925) e Laulu vaakalinnusta (“Canto su un grifo”,1925), troviamo una commistione tra contemplazione cosmica, stilemi tardoromantici ed esprit européen, elementi caratteristici di Tulenkantajat, movimento letterario al quale il giovane Haavio aderisce, quantunque ufficiosamente, prendendone poi le distanze per divergenze verso Mika Waltari e altre figure da lui definite “pseudointellettuali maturati in botte” e ranskanpullansyöjät, “divoratori di pandolci francesi” ovvero gagà esterofili. Tra le opere più significative, Jäähyvaiset Arkadialle (“Addio, Arcadia”, 1945), introspezione reorientativa sulla disillusione del dopoguerra, e Ei rantaa ole, oi Tethis (“Non v’è costa, o Tethis”, 1948), sincretismo “leinoniano” tra mito classico e simbolo cristiano, motivo riproposto anche in Linnustaja (“L’uccellatore”, 1952). Nelle due raccolte Kirjokansi (“Coperchio screziato”, 1952) e Laulupuu (“L'albero dei canti”, 1952), falsarighe rispettivamente del Kalevala e della Kanteletar, Haavio tenta una ricostruzione “in provetta” degli archetipi della lirica popolare, accostando metodo filologico e ricerca del risultato poetico, posizione che potremmo definire il motivo dominante della sua opera letteraria e divulgativa. Sulla stessa linea, nell’ambito degli studi filologico-folcloristici, è sviluppata anche l’opera da poco tradotta in italiano, il cui sottotitolo, Historiaa ja runoutta (Storia e poesia), è stato deliberatamente eliminato, per volontà di editore e traduttore, al fine di sottrarre lo spessore scientifico dello studio alla scorciatoia di un’interpretazione forzatamente evemeristica delle fonti lirico-folcloristiche, espediente cui l’autore indulge piuttosto frequentemente. 



Della Biarmia (Bjarmaland, prospera terra popolata dai beormas citati dal viaggiatore norvegese Óttar di Hålogaland, come da altre fonti scandinave, tedesche, russe, finno-permiane, turciche, arabe, greche e latine), si sono occupati intellettuali finlandesi quali l’etnologo, linguista e storico Kustaa Vilkuna, l’archeologo Aarne Michaël Tallgren, il poeta e traduttore Joel Lehtonen e, nella sua fugace esperienza di scrittore, Akseli Gallén-Kallela, a titolo proprio tutti affascinati dalla romantica finnicità di questa misteriosa terra menzionata dalle antiche scritture, importante crocevia dei mercati del Settentrione e meta ambìta di scorrerie da parte dei popoli vicini per le sue inusitate ricchezze. 
Nell’introduzione, Haavio spiega come maturò l’idea di affrontare il nodo archeo-filologico della Bjarmia durante la guerra di continuazione (1941-1942) allorché, a capo della 7ma Propagandakompanie (TK-komppania), di stanza nell’Olonec al fianco di poeti e intellettuali quali Olavi Paavolainen e Yrjö Jylhä, ebbe modo di visitare villaggi vepsi e ludi e di conoscere rappresentanti di questi due ceppi baltofinnici. Dalle esperienze di guerra nacquero due pubblicazioni, il diario Me marssimme Aunuksen teitä (“Marciamo sulle vie dell’Olonec, 1969) e, a quattro mani con Paavolainen, Taistelu Aunuksta (“Battaglia per l’Aunus), testo posto all’indice nel dopoguerra e recentemente riproposto da SKS. Ricordiamo che, nella sua forma più condivisa, la cartografia dell’irredentismo finlandese (Suur-Suomi-aate) poneva il “confine naturale” più orientale della Grande Finlandia nell’Olonec e nella Vepsia, come già descritto nell’ultima strofa di Suomen valta (“Dominio finlandese”, 1860) di August Ahlqvist o nella prima versione della Jääkärimarssi (“Marcia dello Jäger”) di Heikki Nurmio, musicata da Jean Sibelius (Op. 91, 1917). 
Negli anni della guerra la macchina propagandistica formalizza l’utopia pan-finnica nell’apologia Finnlands Lebensraum, redatta dal geografo Väinö Auer, dallo storico Eino Jutikkala e dal già menzionato Kustaa Vilkuna, nonché nel saggio Idän kysymys dello storico Jalmari Jaakkola: di questi ricercatori due, Vilkuna e Jaakkola, sono stati emeriti indagatori della Biarmia storica. Ricordiamo di passaggio che, politicamente, Haavio fu una figura piuttosto obliqua: se da un lato il rifiuto di un eccessivo cosmopolitismo lo portò ad allontanarsi dal gruppo Tulenkantajat (nel 1925, durante la festa annuale della Società Accademica di Carelia, tenne un discorso sul danno del bilinguismo all’identità finlandese), dall’altro nel 1932, come Urho Kekkonen, Vilkuna e altre personalità vicine al Maalaisliitto, dette le proprie dimissioni dalla Akateeminen Karjala-Seura poiché il consiglio direttivo non fece atto formale di condanna verso il fallito colpo di stato dei nazionalisti, conosciuto come Ribellione di Mäntsälä. L’attività scientifica di Haavio, dagli studi sulle religioni dei popoli finni-careliani alla “caccia al tesoro” della Biarmia è, in vario modo, sempre solidale agli orientamenti individuali dell’autore. Dimostrare che vepsi e voti fossero i discendenti dei Biarmi significava spostare l’asse dell’indagine dall’ipotesi finno-permiana (già sostenuta da Olaus Rudbeck e sviluppata nel primo ‘800 fino a Jaakkola) a quella baltofinnica, il cui perno è l’incrocio tra le fonti cronachistiche russe sulla Biarmia e l’etnonimo “Čudi” (voce peraltro presente nel lessico mitico-folcloristico di Komi e Udmurti): con l’assimilazione dei vepsi ai così detti “Čudi d’oltre corso” (Čud' zavoločskaja), ovvero i finni alla foce o al basso corso della Dvina Settentrionale, la “Biarmia storica” della Carta di Olaus Magnus poteva essere agevolmente sovrapposta al mythomoteur della Grande Finlandia, mercé un robusto apparato filologico in grado di collocare, non senza qualche forzatura, le tessere materiali delle fonti, frammentarie e spesso tra loro contraddittorie, nel mosaico della narrazione storica. 
Haavio illustra l’etnogenesi ricorrendo ad un’etimologia descrittiva presumibilmente comune a fenni, kveni, biarmi e vepsi (wizzi in Adamo di Brema, wisinni in Saxo Grammatico): dietro questi etnonimi vi sarebbero parole legate al colore chiaro di capelli e carnagione. Le varianti arabe Wīsū, Īsū, etc., confermerebbero il ruolo nodale della “Biarmia vepsa” nella poderosa rete commerciale lungo le fitte vie d’acqua nei bacini del Volga e della Dvina, grazie alla quale merci, principalmente argento e pelli ma anche prodotti del Mare di Barents, circolavano tra Settentrione orientale, Grande Bulgaria, Medio Oriente e Asia Centrale, arricchendo tra i popoli il reciproco sviluppo di miti, leggende e bestiari. Come ha osservato Urpo Vento (Filologi Bjarmian rajoilla, in Virittäjä”, 1966, 70), la più autentica scoperta di Haavio consiste nell’individuazione di un tratto comune tra le fonti scandinave e il racconto degli arabi: un popolo detto biarmo, in grado di esercitare il controllo sui venti del nord e di suscitare il gelo (al-Qazwīnī e Saxo). Da una fonte come quella di Saxo Grammaticus, materiale che l’autore riteneva andasse maneggiato con estrema cautela, il folklorista ha il compito di filtrare la sostanza storica dalla scenografia verosimile del mito: nel contenuto russo-variago delle vicende del re e viaggiatore leggendario Ragnarr loðbrók vi è il riflesso delle spedizioni che gli scandinavi intrapresero oltre il Baltico verso nord-est, il risultato delle quali fu la colonizzazione della Russia sotto il nome di Rjurik. 
La trattazione delle fonti scaldiche costituisce senza dubbio la componente più criptica dell’intera questione: Haavio affida la traduzione dei testi ad Aale Tynni, seconda moglie dell’autore, anch’ella, in definitiva, una poetessa votata alla filologia. Le frequenti concessioni ad una linea in grado di suffragare le tesi del marito sono, nella versione italiana, coscienziosamente corrette nel quadro di una restituzione dell’argomento all’indagine scientifica (in appendice vi è una versione filologica della Þórsdrápa, fonte nella quale l’accavallarsi di kenningar e artifici allegorici costituisce ostacolo ad una soluzione interpretativa univoca). 
Nel giudizio sulla veridicità del materiale scaldico Haavio si pone in linea con l’esegesi di Jan De Vries e di altri scandinavisti dell’epoca: le istanze di una “lirica operativa”, declamata ad un pubblico scelto per celebrare le memorie di re ed eroi, comportava l’elaborazione del tema narrativo a partire da un fatto storico. L’autore considera affidabile anche il racconto di Snorri sui viaggi in Biarmia di Þórir hundr e Karle, nonché la menzione del dio Jómali, la cui statua era ornata dalle vagheggiate ricchezze dei Biarmi. All’accostamento tra il nome e le orbite della voce uralica *juma (juamala, juma), segue un’audace tragitto etimologico che, dalla divinità finno-lappone Iuma citata da Tornaeus, attraverso la figura agrario-apotropaica dello Jumis lettone, giunge fino allo Yama vedico ed allo Yima iranico, sottolineandone la funzione eponimo-titanica, in linea con la coeva fenomenologia delle religioni (Zaehner, Eliade), nonché il ruolo nella topografia ctonia (il lemma jumi e il coleottero noto come orologio della morte). 
Il saggio si conclude con la descrizione delle spedizioni condotte a metà Ottocento presso il Cholmogorskij rajon (oblast' di Arcangelo) alla ricerca del bosco di Holmogor, sepolcro čudo e, presumibilmente, luogo sacro dei biarmi: un piccolo caso archeologico dal quale già il Castrén sperò di trarre segni tangibili di una civiltà i cui insediamenti, prima di allora, erano presenti solo nelle carte immaginifiche del mito nordico. Lo studio di Haavio è l’ultimo tentativo, per molti aspetti il più affascinante e spettacolare, di rinfocolare lo spirito di un’antichità settentrionale a metà tra il tema iperboreo (l’Eridano come la Dvina Settentrionale, i monti Ripei e la “porta di Alessandro”) e il Nationalcharakter herderiano (il ritorno in patria di Apollo come la visita del “gigante vepso” alla corte del qan di Bulgaria, la diaspora linguistica dei finni). Sulla Biarmia non si è scritto più; parlarne ancora da un punto di vista storico-filologico suona forse un poco démodé, ma il nome ricorre nella coscienza dei finlandesi come il sogno nel Laulu Kuujärvestä (Canto di Kuujärvi”) di Yrjö Jylhä: per qualche giornalista regioni come la Repubblica dei Komi e l’oblast' di Arcangelo, importanti interlocutori commerciali della Finlandia, sono ancora “Biarmia”; altri (il giovane scrittore e giornalista Ville Ropponen, 2015) vi intitolano antologie di poeti contemporanei d’ambito finno-ugrico. L’arcadico mistero del “popolo bianco” continua ad affascinare.

articolo di

Marcello Ganassini


Per informazioni, vieni alla pagina di Splendore e scomparsa del regno di Biarmia

mercoledì 7 ottobre 2015

Non è un vento amico, recensione di M. Eugenia Capodicasa

Pubblichiamo volentieri la recensione del libro Non è un vento amico, di Vincenzo Zonno, che ci ha inviato la signora Maria Eugenia Capodicasa.





Lettura affascinante, questo Non è un vento amico. Apparentemente, un mystery storico: siamo in Russia, più precisamente sul confine prussiano, a metà dell’Ottocento, e il protagonista, un giovane ufficiale zarista, viene chiamato a ricoprire un ruolo consolare e allo stesso tempo a risolvere il mistero della crudelissima morte del suo predecessore, colpito dalla mano dell’Angelo dell’Abisso. Ciò premesso, la vicenda si muove in direzioni inconsuete. Nonostante le premesse, Non è un vento amico non è un thriller: il protagonista non è un uomo d’azione ma un intellettuale in uniforme e i tempi del romanzo sono scanditi della contemplazione, delle emozioni, dal ritmo delle stagioni e dal suono delle campane. E anche dai tempi dell’amore, qui visto come conoscenza, desiderio e istinto di protezione, e come coscienza che la persona amata sarà sempre, nell’intimità della sua anima, qualcosa di irraggiungibile e mai davvero posseduto: la cifra finale dell’amore. La “lentezza” tuttavia non nuoce affatto al romanzo, che, anzi, si lascia leggere agevolmente, complice una scrittura misurata, leggera, pur senza affettazione. Zonno non ha fretta di portarci nel cuore dell’intrigo (ingegnosissimo!), che è intrigo politico e insieme religioso, e sorprese e colpi di scena non mancheranno di certo.
Un romanzo che avvolge e sorprende, elegante, ricco di chiavi di lettura. Forse, a cercargli dei difetti, chi cerca l’azione a tutti i costi potrebbe trovarlo un po’ lento nella parte centrale, dove il piacere della descrizione sovrasta l’interazione dei personaggi: ma sospetto che anche questo faccia parte della definizione di Non è un vento amico. Un romanzo della lunghezza giusta, con tempi a volte dilatati, ma senza una parola di troppo. L’autore a tratti si ferma e, con brevi incisi, porta volutamente il lettore fuori dal romanzo, per dargli modo di prendere le distanze dalla narrazione, respirare la distanza con la realtà romanzesca, reinventando con originalità la complicità tra autore e lettore. 
A fargli torto potrei dire, con formula abusata quanto sciocca, “Non è un vento amico è un romanzo che si legge d’un fiato” (e lo è davvero!), ma mi sento di dire piuttosto: “È un romanzo da assaporare come una musica, lasciandosi tutto il tempo di farlo decantare nella propria immaginazione”.

Maria Eugenia Capodicasa

Per ulteriori informazioni, o per acquistare il libro, vieni alla pagina di Non è un vento amico.