giovedì 18 maggio 2017

"45 giri", recensione di Anna Maria Balzano

L’illusione e l'inganno della “presa di coscienza”...
Anni sessanta a Roma. Quartiere Parioli. Avere diciotto o vent’anni in quegli anni e in quel quartiere significava poter sperare in un futuro di benessere e prosperità. C’era la passione per le moto e per la musica, le riunioni con gli amici nelle “cantine”, le sigarette sempre accese, i primi amori incerti e appassionati. Questo era il mondo di Filippo, detto Fil dagli amici, Pippo dai familiari, il protagonista di 45 giri, l’ultimo romanzo di Alessandro Vuccino, e questo era il mondo di Valeria, esile e minuta, ma decisa e determinata. E poi c’era Alberto, un po’ più vecchio, di altra estrazione sociale, ma saggio e esperto nel riparare e truccare moto e automobili. Sullo sfondo la Roma di Piazza Euclide e Villa Glori, di Vigna Clara e della collina Fleming. Tra ore dedicate frettolosamente allo studio e ore trascorse con gli amici, tra estati passate al mare in località alla moda, la vita di questi ragazzi sembrava scorrere al riparo dai veri problemi esistenziali che erano al contrario al centro di un’altra gioventù, quella emarginata del sottoproletariato urbano, già descritta nei Ragazzi di vita e in Una vita violenta da Pier Paolo Pasolini. Proprio queste due realtà furono in quegli anni destinate a scontrarsi sul piano ideologico e politico dando luogo a contestazioni e lotte di classe. Molti furono i giovani che si appassionarono alla politica, molti tuttavia rimasero sopraffatti da dubbi e incertezze. 



Le ultime bellissime pagine del libro di Vuccino sono illuminanti per quello che oggi ci appare come l’illusione e l’inganno di quegli anni di speranza: 
«Li vedi, loro? Loro vivranno un mondo diverso. Noi abbiamo visto solo l’inizio… Valeria, Cindy, si muoveranno in una società più giusta! È la forza della gente, delle masse. Saranno tutti guidati in modo migliore. I governi saranno costretti a dare ascolto al popolo. […] Ci sarà giustizia finalmente ed equità».
Oggi queste parole suonano come una cocente accusa e troppo facile e semplicistico sarebbe qui stabilire a chi vada attribuita la responsabilità di tale disillusione. Viene spontaneo infine chiedersi, dopo aver letto questo romanzo, cosa distingua i giovani di oggi da quelli di ieri. Alle generazioni più vecchie sentiamo sempre ripetere come il passato fosse migliore del presente, come i giovani di una volta fossero più motivati di quelli di oggi. Eppure di ciò esse sono in massima parte responsabili. 
L’estinguersi delle ideologie e un diffuso senso di rassegnazione rischia di trasformare la gioventù del passato, amante della musica e delle moto in una generazione di “sdraiati” come li ha definiti Michele Serra.
Con il piacevole espediente della fiction, Alessandro Vuccino ha scritto un interessante romanzo storico.

Anna Maria Balzano

Per saperne di più sul libro, v, scheda 45 giri

sabato 15 aprile 2017

"Il pescatore di frottole", recensione di Alice Torreggiani

 «Se c’è un unico modo di fare le cose giuste e pochissimi per porre rimedio alle cantonate, ve ne sono tantissimi di sbagliare, e gli errori, si sa, sono molto, molto più divertenti». Errori, assurdità, voli di fantasia: sono questi gli elementi che contraddistinguono la raccolta di racconti di Claudia Maschio, Il pescatore di frottole




Si tratta di dodici racconti e due filastrocche assolutamente originali e contemporanei. Apparentemente molto diversi l’uno dall’altro, poiché attingono a diverse tradizioni fiabesche, sono in realtà uniti da un filo conduttore, che attraversa l’intera raccolta in modo inequivocabile. Il tema comune è quello della diversità e del suo valore positivo e generativo. È infatti produttrice di significati, mondi e storie; è un seme che, se curato, crea vita. Ad essa si oppone l’omologazione, la normalità, l’ordinario, una realtà grigia e spenta che viene sconfitta da quella variopinta e luminosa del diverso. Diversità è anche sinonimo di fantasia e creatività, tratti distintivi di questi racconti. Fantasia e creatività che non scaturiscono solo dall’autrice nell’atto di plasmare mondi e trame, ma anche dai personaggi stessi, che tessono in questo modo le vicende. Un esempio lampante è Il paese degli errori, in cui l’essere normali, il fare le cose giuste, è considerato pura follia.
Un altro importante nucleo narrativo è l’antitesi fra soggettività e realtà, un duello eterno tra ciò che dovrebbe essere oggettivo e ciò che invece è frutto di elaborazione e visione personale. Questo è lampante in La finestra dei sogni, che presenta al lettore un bambino perennemente perso nelle proprie fantasie.
L’immaginario a cui immediatamente si pensa è quello di Calvino, per i paradossi e l’assurdità delle storie, che però assumono una parvenza di normalità per la disinvoltura con cui i fatti fuori dall’ordinario vengono trattati. Anche Piumini è una presenza costante, e in qualche modo rassicurante, con i personaggi imperfetti ma meravigliosi e le storie strampalate che non per forza necessitano di una spiegazione logica.
La raccolta si apre con Il pescatore di frottole, racconto che segue lo schema classico della fiaba e che per questo è molto vicino a Tecia, Tecin e Tecion, anch’esso impostato secondo lo schema propperiano delle narrazioni fiabesche. Il numero tre è centrale, come spesso accade nelle storie per l’infanzia, e non solo: è un numero magico, il numero perfetto. Il numero dei figli del pescatore che tentano di ottenere in sposa la principessa del mare, il numero dei fratelli che litigano per l’eredità lasciata dal padre defunto. Il numero dei tentativi che servono per imparare dai propri sbagli e crescere, per diventare eroi e raggiungere il lieto fine.
In Pimpinoli, La corte del Tagliapietra e La fiaba più bella troviamo invece un’importante componente fantasy e un ampio dispiego di streghe, fate, incantesimi e abilità straordinarie. 
Pimpinoli è un bambino con naso, orecchie, occhi e bocca enormi e ha quindi il vantaggio di percepire in modo amplificato il mondo, ma lo svantaggio di essere diverso dagli altri. Il che, come questo libro insegna, non è affatto uno svantaggio. 
La seconda fiaba ha per protagonista Arianna, una bambina di Venezia che, durante i suoi vagabondaggi con il fidato Chronos, si imbatte in un magico pozzo in cui vive una strega, dalla quale sarà messa alla prova. 
La terza fiaba, invece, vede una ragazza dalle incredibili doti di narratrice alle prese con l’invidia di una vecchia.
Di tutt’altro tipo sono Il compleanno del signor Pomodoro e Mezzopieno e Mezzovuoto, due episodi legati a un unico immaginario narrativo, in cui gli oggetti della casa, e in particolare della cucina, prendono vita all’insaputa degli inquilini. Essi assumono tratti caratteriali ispirati a quelli puramente materiali e fisici; sono però in grado di sostituire perfettamente i personaggi umani, creando un loro mondo completo e autonomo. 
Similmente accade in Il pianeta degli orologi e Il malefico mastro Tempo, anch’essi parti di un’unica storia. Questa volta ad animarsi sono mille e mille tipi di orologi, che vivono su di un pianeta tutto loro, dove paradossalmente il tempo non scorre o, quando scorre, fa brutti scherzi. Anche qui, ogni personaggio si caratterizza a seconda del tipo di orologio che è. 
La leggenda della lettera P, invece,  è un racconto un po’ a sé stante, poiché i protagonisti non sono persone, né oggetti, bensì lettere dell’alfabeto, e la storia si basa su uno scambio di lettere che dà origine a equivoci nel creare le parole. Si approda così a un divertente gioco di creazione di vocaboli, che ricorda molto le tecniche di produzione di storie che Gianni Rodari descrive nella sua Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie. Si tratta di un processo altamente creativo e potenzialmente senza limiti, che stimola la fantasia dei bambini. E così il racconto diventa una sorta di trampolino di lancio per l’immaginazione del lettore, poiché gli offre la possibilità di continuare con questi atti di creazione. 
La lettera P annuiva piegando il capo. La C si avvicinò a lei e disse: “Non devi essere invidiosa. Sì, è vero, io sono nel cuore di tutti, e questo è importante. Ma tu sei nei pensieri di tutti e questo è altrettanto importante. E poi senza di te non ci sarebbero la pace, i propositi, le polpette e il pistacchio, e non si potrebbe parlare, pasticciare, pazzeggiare…”.
Questo passaggio racchiude il nucleo del racconto e dell’intera raccolta, perché mostra, in modo assolutamente efficace e per niente scontato, come l’unicità e la diversità siano fondamentali e come ognuno occupi un proprio ruolo nel mondo, che, proprio perché diverso dagli altri, è speciale. .


Per maggiori informazioni sul libro, Il pescatore di frottole.

lunedì 3 aprile 2017

"Ad bestias", recensione di Alice Torreggiani

«Mentre la zia lo riportava a casa, Michelino ebbe la sensazione che il suo corpo e la sua anima fossero due entità separate. Il corpo stava bene, ma l’anima era malata e gli faceva male. Non capiva dove, perché l’anima non aveva una forma, ma gli faceva male. […] Era come se la sua mente fosse rimasta bloccata in un certo momento di quel pomeriggio, e ora dovesse forzatamente imparare a funzionare in un modo nuovo e discordante da ogni meccanismo conosciuto». Michelino è un bambino di sei anni che, proprio all’inizio del romanzo, è costretto ad affrontare un forte trauma, un evento che lo porta a dover abbandonare il proprio stato di innocenza e a sentirsi in dovere di crescere, prendendo il posto di adulti che di adulto hanno solo l’aspetto e che non riescono a capire il suo dolore, né aiutarlo.  

Michelino mostra una spiccata fantasia e una passione per creare mondi e personaggi immaginari, in cui si immerge e con i quali interagisce con un realismo tale da renderli quasi veritieri agli occhi del lettore, sempre in bilico tra mondo fattuale e mondo onirico-fantastico. La difficoltà di tracciare un confine tra ciò che è reale è ciò che non lo è costituisce una delle principali caratteristiche del romanzo di Mario Corte, Ad bestias. È anche l’espediente attraverso cui si fa luce sull’interiorità dei personaggi, che si presenta come un intricato gomitolo di vizi e perversioni, di segreti e profonde mancanze, che si materializzano sotto forma di visioni, incubi e apparizioni, talvolta uscendo dal surreale per approdare nel reale. Si potrebbe parlare di realismo magico, tanto è pronunciata la sovrapposizione tra questi due livelli.



Questo non accade solo a Michelino, ma anche agli altri personaggi, in particolare Jole, la nonna paterna, colei che tiene o pretende di tenere le redini delle sorti dei propri figli. Il bambino è infatti l’occhio attraverso cui veniamo introdotti nella famiglia. Una famiglia straziata, non solo dalla scomparsa del figlio maggiore, morto durante la guerra, ma anche dalle avversioni e dal desiderio di vendetta e di prevaricazione che lega i suoi membri. I loro rapporti non si fondano sull’affetto, ma su un sistema di reciproca necessità di uno nei confronti dell’altro e, allo stesso tempo, di profondo odio e risentimento che questa necessità causa. La morte di Antonio ha lasciato un evidente vuoto, che nessuno degli altri figli riesce a colmare.
Il pater familias, Tommaso, è poco più che un’ombra, una presenza appena abbozzata che non ha la forza di arginare la prepotenza della moglie. Trascorre il suo tempo cercando di creare un medicinale prodigioso in grado di farlo ringiovanire e permettergli di tornare a recitare a teatro. A imbarcarlo in questa impresa è l’arrivo di Gaspare Senzaterra, misterioso uomo privo d’età, a conoscenza di segreti erboristici e presunto collaboratore del Führer. Senzaterra ricorda Melquíades almeno tanto quanto Tommaso ricorda José Arcadio Buendía, entrambi noti personaggi creati da Gabriel García Márquez in Cent’anni di solitudine, romanzo esponente del realismo magico.
Armando, il secondogenito, è un inetto perennemente indebitato ma adorato dalla madre, che lo ritiene semplicemente perseguitato dalla sfortuna. A sostenere economicamente la famiglia è infatti Mario, unico membro che sembra essere capace di emanciparsi ed essere indipendente dagli altri. Ha un lavoro, una moglie e un figlio, Michelino, che ama ma che non riesce, e non vuole, comprendere: il suo peccato è la cecità di fronte ai sentimenti del bambino, che lo turba e lo infastidisce quando comincia a dare segni di disagio. Si ostina a non voler vedere il suo dolore, perché costituisce un ulteriore problema, di cui non ha bisogno.

Ma il vero motore della famiglia è tutto femminile. Jole e Giunta, madre e figlia, invidiose e vendicatrici, con gli altri e fra di loro. Giunta è l’unica figlia femmina: incapace di tenersi un uomo a lungo, passa la sua vita tra il pettegolezzo e la ricerca di un marito abbiente, ed eredita l’astioso carattere della capofamiglia: «La madre le aveva insegnato tutti i piaceri più perversi: godere era godere dell’umiliazione degli altri, non del rapporto con gli altri, godere era piegare qualcuno come si piega un animale, trinciare la dignità degli altri dicendone tutto il male possibile, fino a fare delle loro anime delle pezze sanguinolente che non hanno più parvenza umana, dei tagli di carne da bollito, che avranno pure una vita loro, ma che devono servire solo da pasto. La madre era una cannibale. E Giunta non voleva essere meglio di lei. Sapeva di esserlo, o se non altro di averne l’aspirazione, ma non voleva. Odiava troppo quella madre per volerla superare, per diventare un essere umano. No: la madre doveva ritrovarsi di fronte esattamente il mostro che aveva creato, non intendeva redimersi per farle un favore».
Jole è invece completamente arida di sentimenti; se ne è liberata, disfatta. Lascia spazio solo all’odio e al risentimento che prova nei confronti del figlio Mario, troppo generoso e incline al perdono, sempre troppo pronto ad amarla: la donna non sopporta le sue qualità, anzi esse sono proprio il motivo per cui lo disprezza e lo ripudia. Ma è un disprezzo che nasconde un forte senso di inadeguatezza e d’inferiorità: lo rifiuta perché non è in grado di eguagliarlo. La sua totale ed esplicita rinuncia ai sentimenti umani la rende una sorta di moderna Lady Macbeth, che si libera della sua parte femminile e pietosa e assume le sembianze di una strega, una creatura della notte. Così accade a Jole, che si spinge fino all’estremo atto d’odio, con l’aiuto di un gruppo di zingare dall’aspetto demoniaco che non possono non ricordare le tre Sorelle Fatali di William Shakespeare. Compaiono nella nebbia di un paesaggio desolato proponendole una soluzione ai problemi che l’affliggono, sempre a metà strada tra finzione e realtà.

Il romanzo si chiude in modo circolare, tornando a un Michelino che è trascinato suo malgrado nel mondo degli adulti e reso partecipe dei vizi di cui è pregno. E il merito di Corte è proprio quello di accompagnare il lettore, in un modo assolutamente crudele e privo di giustificazioni, attraverso le perversioni e le debolezze dell’uomo, messe a nudo anche grazie a un uso misurato e sapiente dell’ironia, che sfiora ogni personaggio rivelandone la vera essenza. La sua natura malefica e bestiale.


Per maggiori informazioni sul romanzo, Ad bestias.

sabato 18 marzo 2017

Intervista a Flavia di Luzio, di Misterfolk

La seguente intervista a Flavia di Luzio, viene pubblicata per gentile concessione di Mister Folk.

I più attenti di voi avranno notato il prezioso lavoro di Flavia di Luzio sia sulle pagine di Mister Folk (sue la maggior parte delle traduzioni delle interviste con musicisti stranieri) che nei miei libri Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök e Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo. Ma Flavia non è soltanto una traduttrice professionista, ma anche l’autrice di alcuni interessanti volumi che gli amanti del folklore, delle saghe e del Grande Nord non potranno che apprezzare. Vi lascio alle sue parole, buona lettura!



I lettori sicuramente conoscono il tuo nome per la collaborazione che abbiamo su queste pagine e per i libri che ho pubblicato nei quali tu compari come traduttrice ufficiale, ma ti chiedo di presentarti per le persone che non ti conoscono.

Ciao a tutti! Mi chiamo Flavia e lavoro da alcuni anni come traduttrice, proofreader e docente di lingue nordiche, inglese e italiano per stranieri. Nutro da sempre un forte interesse per le altre culture e sono una grandissima appassionata di musica, viaggi, arte e fotografia.

Come ti sei avvicinata all’heavy metal? Quali sono i tuoi gusti musicali e quali i gruppi che ascolti maggiormente? Ti piace il folk metal?

Mi sono avvicinata all’heavy metal all’età di quattordici anni e il merito è stato tutto di un negozio (il mitico Music Box di Pescara!) che da allora e per molto tempo a seguire è stato un luogo di ritrovo di qualità per appassionati del genere e non. Lì ho incontrato molte persone con cui condividere questa passione e soprattutto con cui scambiarci dritte musicali. Da allora la fiamma non si è più spenta, anzi sono riuscita a “contagiare” altri amici e persino i miei genitori. Tra le band che apprezzo ci sono indubbiamente i Finntroll, gli Arkona, i Falkenbach, i Månegarm, i Moonsorrow, i Moonspell, i Turisas, i Týr e i Vintersorg, anche se la lista potrebbe continuare all’infinito! Oltre al folk metal, che come si può intuire mi piace eccome, ascolto anche molto black e death metal (incluse rispettivamente le varianti symphonic e melodic) con particolare interesse per la scena nordeuropea. Devo dire che per carattere mi piace molto spaziare sia tra diversi sottogeneri del metal che tra generi musicali anche molto distanti gli uni dagli altri.

Quanta importanza dai ai testi della musica che ascolti, e sono questi in grado di farti apprezzare o meno una band?

Sicuramente i testi influenzano la mia percezione della band, visto che amo ascoltare musica in cui mi posso riconoscere. In ogni caso cerco di non farmi condizionare troppo e di guardare anche all’aspetto melodico, a mio avviso altrettanto importante. Penso di avere un approccio piuttosto equilibrato.

Sei una traduttrice di professione: com’è il tuo mondo lavorativo e ti senti danneggiata da chi si improvvisa in un mestiere per il quale non ha studi/certificati/esperienza adeguati?

Detto con la massima onestà non è un settore facile, anzi si avvertono tuttora diversi problemi legati sia alla percezione (spesso distorta, se non direttamente assente) che si ha di questa professione, che all’aspetto retributivo. La concorrenza non qualificata è solo una parte del problema, visto che certe pratiche malsane vengono portate avanti, il più delle volte in buona fede e senza che se ne rendano conto, persino da colleghi qualificati. Il nostro mondo lavorativo è, tra l’altro, molto variegato e attraversa numerosi campi, dall’editoria ai settori più tecnici, quindi è davvero importante imparare a orientarsi in quello che è di fatto un oceano di possibilità, ma anche di insidie. Un tasto dolente per esempio è il cosiddetto dumping visto che, soprattutto su determinati siti e database di categoria, si assiste di frequente a delle vere e proprie aste al ribasso in cui, pur di ottenere un lavoro, si arriva ad accettare di tradurre quasi gratis influenzando purtroppo negativamente tutto il mercato. Non di rado dietro tariffe così basse si celano anche lavori scadenti (spesso effettuati con Google Translate che – sfatiamo questo mito duro a morire – non è assolutamente paragonabile a un traduttore in carne e ossa professionale e referenziato), quindi occorrerebbe davvero un’opera di sensibilizzazione a tutto tondo che coinvolga professionisti della traduzione e clienti. In realtà, dal punto di vista della sensibilizzazione e della formazione, abbiamo conseguito risultati positivi nel campo della traduzione editoriale grazie a STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali, di cui sono tuttora socio ordinario. Spero vivamente che le cose continuino a migliorare, considerando che il mestiere di traduttore è per me uno dei più belli al mondo e meriterebbe davvero il giusto riconoscimento sociale ed economico.

Quale è stato il tuo percorso di studi per diventare una traduttrice di professione? Quali sono stati i lavori che ti hanno dato maggiore soddisfazione?

Il mio percorso di studi ha avuto inizio nel 2004 presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, dove ho conseguito la laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere (curriculum Scienze del Linguaggio) e la magistrale in Lingua e Cultura Italiane per Stranieri. Entrambi i corsi di laurea mi hanno permesso non solo di portare avanti per tutti gli anni lo studio dell’inglese, del finlandese e del norvegese, ma di conoscere in maniera approfondita anche le relative letterature e filologie. In particolare mi sono concentrata molto sulla lingua finlandese e sulla filologia ugrofinnica (per un anno, proprio per ampliare le mie conoscenze in quest’area, ho deciso di studiare anche l’ungherese e di avvicinarmi da autodidatta all’estone), scegliendole come materie di laurea. A tal proposito, qualora tra i lettori vi sia qualcuno interessato agli argomenti che ho trattato, segnalo volentieri le pagine web della casa editrice spezzina Liber Iter, dove le mie tesi di laurea sono disponibili in formato ebook:

Lo studio del norvegese si è rivelato a sua volta cruciale perché mi ha permesso di conoscere da vicino un altro versante del mondo nordico e di affrontare con minor difficoltà lo studio dello svedese, che ora ho il piacere di insegnare ad altre persone.

Questa versatilità di interessi e di conoscenze a cavallo tra mondo ugrofinnico e scandinavo ha trovato poi il suo sfogo naturale nell’approdo alla redazione del Progetto Bifröst, portale di ricerca e divulgazione del patrimonio mitologico di ogni tempo e Paese, per cui curo tuttora la sezione ugrofinnica e i rapporti con la community di Facebook. È qui che ho potuto intensificare la mia attività di traduzione e di consulenza linguistica, motivo per cui reputo questa collaborazione una delle più soddisfacenti e stimolanti intraprese.

Per essere un buon traduttore è importante non solo il percorso universitario (che può essere vario e che fortunatamente nel mio caso già includeva una buona dose di pratica della traduzione) ma anche l’aggiornamento professionale e il contatto diretto con le lingue, motivo per cui ho cercato e cerco tuttora di fare il possibile per portare avanti parallelamente soggiorni all’estero (come accaduto per esempio nell’estate del 2012 quando ho vinto una borsa di studio per la scuola estiva di lingua e cultura finlandese organizzata dal CIMO in collaborazione con l’Università di Jyväskylä) e frequenza di corsi specialistici inerenti al mondo della traduzione e delle lingue in tutte le loro sfaccettature. Ovviamente il percorso descritto è stato fondamentale anche per formarmi come docente di lingue, tenendo presente che anche per l’insegnamento ho frequentato corsi e seminari specifici. Una cosa che comunque voglio sottolineare è che non si deve mai fare l’errore di ritenersi “arrivati”. Questi settori, così come la vita in generale del resto, richiedono un apprendimento continuo e soprattutto l’umiltà di sapersi mettere in discussione. Trovo che il confronto con i formatori e gli altri colleghi possa riservare belle sorprese e per esperienza personale posso dire che fare rete, oltre a essere piacevole dal punto di vista sociale e ricreativo, è un’ottima occasione di crescita professionale e personale.



Hai pubblicato per Vocifuoriscena il libro Gli dèi di Finlandia e di Carelia: di cosa tratta il volume e a chi senti di consigliarne la lettura?

Prima di tutto tengo a far presente che la pubblicazione del volume Gli dèi di Finlandia e di Carelia è frutto di un lavoro a quattro mani portato avanti insieme a Dario Giansanti, amico nonché direttore del Progetto Bifröst. Il suo contributo è stato preziosissimo. Entrambi abbiamo sentito l’esigenza di approfondire gli studi in area ugrofinnica, concentrandoci però soprattutto sulle fonti letterarie pre-kalevaliane per riscoprire parte degli aspetti originali degli dèi e degli eroi della tradizione finlandese e careliana. Il più antico documento sulla religione finnica è un peritesto poetico scritto da Mikael Agricola (1510-1557), primo vescovo finlandese della Riforma, come prefazione a una sua traduzione di alcuni salmi dell’Antico Testamento. Esso non solo delinea un quadro vivido delle divinità adorate in Häme e in Carelia, ma fornisce anche un ritratto inedito di alcuni dei futuri eroi del Kalevala, avvincente epopea nazionale finlandese di cui sicuramente avrete già sentito parlare. Nel nostro libro la traduzione del «canone» di Agricola – per la prima volta in lingua italiana –, diviene occasione per analizzare la mitologia finnica e i suoi personaggi sia nelle varie fasi del loro sviluppo storico, che nel quadro più ampio delle mitologie uraloaltaiche e dello sciamanesimo nord-euroasiatico. Mi sento di consigliare la lettura del volume non solo agli addetti ai lavori ma a chiunque sia in generale appassionato di letteratura e mitologia e nello specifico di cultura finlandese, anche considerando che i temi trattati sono riproposti molto spesso nei brani di numerosi gruppi musicali (metal e non) provenienti dalla Finlandia. Il libro è inoltre scritto in una lingua scorrevole che non si perde in troppi tecnicismi, quindi a mio avviso è molto adatto anche a chi si è avvicinato solo di recente a questi argomenti. Per ulteriori informazioni vi rimando volentieri al sito della casa editrice Vocifuoriscena.

L’epica finlandese ha influenzato molti gruppi musicali e tra questi, probabilmente, i più famosi sono gli Amorphis. Ti chiedo quindi cosa ne pensi del lavoro della band di Esa Holopainen e soci, e se ci sono altri gruppi che conosci e vuoi “raccomandare” ai lettori di Mister Folk.

Gli Amorphis mi piacciono moltissimo e qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di vederli live proprio in Finlandia. Si tratta senza dubbio di uno dei gruppi più legati al folklore, motivo per cui i loro testi sono spesso trattati anche in ambiente universitario come esempio vivo di rapporto tra cultura delle origini e modernità. Si pensi solo a titoli come My kantele, Tuonela, Shaman e Sampo, anzi da questo punto di vista voglio citare anche i Korpiklaani con Shaman e Karhunkaatolaulu (“canto della caccia all’orso”). Partendo da queste canzoni potremmo parlare per ore di Kalevala, sciamanesimo e cultura finlandese! A proposito di dritte musicali, consiglio assolutamente di ascoltare i Värttinä, rinomato gruppo folk finlandese che riprende molti temi e strumenti musicali della tradizione.



Negli scorsi anni hai pubblicato diversi articoli e un libro insieme a Dario Giansanti dal titolo Kreutzwald e il Kalevipoeg: di cosa parla quest’ultimo?

Con Kreutzwald e il Kalevipoeg, pubblicato come ebook dalla già citata casa editrice Liber Iter, voliamo in Estonia alla scoperta del Kalevipoeg, epopea estone sorella del Kalevala sospesa tra il tempo assoluto del mito e quello ben determinato della storia. È qui che esseri soprannaturali, spade maledette e animali parlanti fanno da sfondo alla tragica crociata dei Cavalieri Teutonici i quali, nel XIII secolo, invasero le terre del Baltico, stabilendo le basi di una serie di dominazioni e tirannie destinate a durare fin quasi ai nostri giorni. Popolare nei temi, ma fortemente voluto e praticamente ricostruito a tavolino da due uomini, Friedrich Robert Fahlmann e soprattutto Friedrich Reinhold Kreutzwald, il Kalevipoeg rispecchia al meglio l’identità storica dell’Estonia ed è, inoltre, una limpida espressione delle ingiustizie che i popoli “minori” hanno dovuto subire fin dal loro affacciarsi nella storia, e della volontà di riscatto e di libertà che, da sempre, li ha animati.

Stai lavorando ad altre pubblicazioni, e in caso puoi rivelarci qualcosa?

Al momento non sto lavorando ad altre pubblicazioni ma è mia intenzione farlo quanto prima, anzi ho già qualche idea da sviluppare.

C’è un progetto che sogni di poter realizzare?

Insieme ad alcune amiche e colleghe con cui ho già collaborato in passato, abbiamo iniziato a lavorare alla creazione di una rivista online a tema nordico che abbraccerà diversi argomenti. Siamo ancora in piena fase ideativa quindi non posso svelare altri particolari, però il nome sarà sicuramente Nordlys, che in norvegese significa “aurora boreale” (lett. “luce del nord”).

Un altro mio obiettivo, che in parte si è già concretizzato, è quello di imparare una lingua orientale. Ho iniziato da un mese a studiare coreano ed è una scelta che rifarei mille volte perché mi sta stimolando tantissimo.

Come possono contattarti i lettori di Mister Folk?

Sono a completa disposizione per qualunque cosa al seguente indirizzo email: flavia.diluzio@studio.unibo.it

Per chi fosse interessato a seguire la mia attività o a conoscere meglio ciò di cui mio occupo, segnalo volentieri questi link:





È stato un piacere essere ospitata sulle pagine di Mister Folk! Ringrazio moltissimo Fabrizio per avermi proposto quest’intervista e i lettori per l’attenzione, anzi spero di avervi fornito qualche spunto interessante. Alla prossima! 

Si ringrazia Mister Folk per averci permesso di pubblicare l'intervista a Flavia di Luzio.

giovedì 11 agosto 2016

Intervista a Corina Ardelean



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è Corina Ardelean?

Il nome “Corina” deriva da kórē, che in greco vuol dire “fanciulla”, eterna giovinezza. In un certo senso, dentro di me vive ancora una bambina che guarda il mondo attraverso quel filtro speciale che rende tutto bello, positivo. Sono semplicemente una donna che a quarantasei anni non ha ancora smesso di sognare.

Perché hai cominciato a scrivere?

Ho sempre avuto, già da bambina, una fervida immaginazione, e spesso nella mia testa inventavo dei veri film, con dialoghi e situazioni a volte drammatici, a volte divertenti, dunque metterle sulla carta era una conseguenza naturale. Avevo già iniziato un altro romanzo in passato, ma con Il profumo dei ricordi ghiacciati ho proseguito semplicemente perché mi piaceva troppo la storia. 

Intendi dire che avevi stabilito l’intera trama fin dall’inizio?

Già, appena nata l’idea, avevo chiaro nella testa il finale, anzi, tutta la trama. Poi mano a mano che scrivevo, nuovi personaggi sono andati ad aggiungersi ai protagonisti principali, come se nascessero spontaneamente, senza alcuno sforzo da parte mia. O almeno questa è stata la sensazione. 

In quale personaggio del tuo romanzo ti riconosci di più e perché?

In un certo senso, in piccola parte, un po’ in tutti. Certo, la mia protagonista Laura/Isabel rispecchia tanto del mio modo di essere, il carattere, ma attraverso Irina, per esempio, ho raccontato un piccolo pezzo della mia infanzia, ho rispolverato alcuni dei miei ricordi da bambina. 

Sebbene tu sia di madrelingua rumena, hai scritto il tuo romanzo in italiano, e direi che si tratta davvero di un buon italiano. Quali difficoltà hai trovato nello scrivere, nel pensare in una lingua per te acquisita?

La difficoltà maggiore per me sono le consonanti doppie, visto che nel rumeno non si usano, ma per quanto riguarda il pensare, l’esprimermi in italiano mi è molto facile. Ovviamente spero sempre di farlo nella forma giusta.

Nel romanzo metti i tuoi personaggi di fronte a una crisi che fa crollare le loro maschere; eppure, mi sembra, sono gli uomini a rivelarsi più fragili, mentre le donne sviluppano una forza interiore che le porta a superare le difficoltà a dispetto di tutto. È stata una scelta voluta e significativa, o hai espresso istintivamente ciò che avverti nella natura di uomini e donne?

Non seguo logiche o meccanismi preimpostati, e di conseguenza i miei personaggi nascono in modo istintivo. Non sono una femminista, ma sono dalla parte delle donne. Credo che noi abbiamo quel qualcosa che ci rende fragili e forti nello stesso tempo, mentre l’uomo è più semplice, e spesso davanti a cambiamenti insoliti si trova spiazzato, reagisce peggio della donna. Sì. Sono convinta che la complessità delle donne sia in realtà il loro vero pregio.



Il tuo romanzo si svolge tra due città, Verona e Vienna; contiene inoltre una lunga e intensa parte ambientata a Cluj Napoca, in Romania. Perché hai scelto queste tre città? Cosa rappresentano per te?

In tutte queste tre città ci ho vissuto e lasciato un pezzo del mio cuore. E poi la mia città natale, Șimleu Silvaniei, l’ho nominata e raccontata in una piccola parte, e questo semplicemente perché i posti che amo mi accompagnano nei ricordi, dunque raccontarli era la conseguenza naturale. 

La tua scrittura ha una qualche dimensione etica? In altre parole, ritieni di poter “insegnare” qualcosa al lettore, portarlo a riflettere? In tal caso, quali tipi di “messaggi” sono contenuti nel tuo romanzo?

Non voglio che sembri una frase scontata, ma davvero l’unico pensiero che vorrei trasparisse dal libro è questo: segui il tuo cuore e non sbagli mai. È un inno all’amore in tutte le sue forme. Il primo amore, quello per i figli, quello improvviso, quello sconosciuto, quello doloroso, però sempre è comunque amore.

Qual è il tuo lettore ideale? In altre parole, a quale tipo di pubblico senti di rivolgerti?

All’inizio lo pensavo come un romanzo più rivolto alle donne, mogli, madri per poi scoprire con sorpresa che è stato letto e apprezzato quasi di più dagli uomini. Ho usato un vocabolario semplice, comprensibile per tutti, e lo stile scorrevole e diretto credo si adatti sia alle aspettative di una ragazza giovane che di un signore sessantenne. 

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Di solito la sera, quando il trantran quotidiano svolge al termine, nella quiete della sera (o notte a volte). D’istinto, senza razionalizzare o soffermarmi tanto su quello che scrivo. Poi in seguito, tempo dopo, ritorno e rileggo. Se mi piace tengo, altrimenti cancello.

La stesura del Profumo dei ricordi ghiacciati è iniziata circa dieci anni fa, se non sbaglio. Cosa è successo da allora a quando lo hai pubblicato con Vocifuoriscena?

La prima parte del romanzo l’ho scritta nel 2007, la seconda addirittura nel 2013. Poi, dopo la mia auto pubblicazione ho conosciuto gli editori di Vocifuoriscena, che hanno fatto l’editing del libro e devo dire che sono più che contenta.
Oltre la “pulizia” dei refusi, e la sistemazione di tutte le imperfezioni, mi hanno fatto guardare, e rileggere il libro, da un altro punto di vista. Ho acquistato più sicurezza e fiducia e ho capito, grazie agli editori, il valore di quanto scritto. Spero che anche la loro fiducia sia un giorno ripagata dal riscontro con i lettori.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

A parer mio, dentro di noi c’è già una specie di filtro, un’autocensura. Poi c’è chi si spinge oltre quel limite, ma alla fine lo si fa con cautela, perché tutto sommato, ci interessa il parere del pubblico, e non lo si può offendere e soprattutto mai sottovalutare. 

Grazie, Corina, per la tua disponibilità e il tuo incontenibile entusiasmo. Speriamo di leggere presto un tuo nuovo romanzo.


Per ulteriori informazioni sul libro, Il profumo dei ricordi ghiacciati.
Un'altra intervista a Corina Ardelean, qui.

venerdì 22 luglio 2016

Intervista a G. Luca Boschiero



Partiamo da una domanda “semplice”: chi è G. Luca Boschiero?

Non saprei. Così, a occhio, il tipo che compare nella foto.

Scrivi seguendo un metodo, o ti affidi all’istinto? E, se la seconda, quale tipo di istinto?

Metodo: immaginata la storia parto da prologo, poi epilogo e quindi scena centrale. Costituita l’ossatura comincia il duro lavoro.



Con Vocifuoriscena hai pubblicato, come romanzo di esordio, Emilio e il professore, che racconta i possibili retroscena della vita di Emilio Salgari e di Cesare Lombroso, ma anche forse della città in cui vivi.

Amo Verona, è una città che mi fornisce molti spunti narrativi. Mi piace raccontarla e descriverla. Il monumento a Cesare Lombroso, così inquietante e gotico (non nella forma ma nella sua essenza), è stato una grande fonte di ispirazione.

Se dovessi definirlo come genere, quale etichetta applicheresti a Emilio e il professore?

Steampunk a zero impatto tecnologico.

In quale personaggio di questo romanzo ti riconosci di più e perché?

Il nobile Alvise, una brava persona, fondamentalmente frustrata, che ha occasione di riscattarsi.



Passiamo a Odio i film francesi e Ritorno al Filmondo, pubblicati in un unico volume. Raccontaci come sono nati questi romanzi e quali vicissitudini editoriali hanno attraversato prima di approdare a Vocifuoriscena.

Il primo romanzo è stato pubblicato da RAI-ERI ma, purtroppo, non promosso. Se la RAI mettesse in sinergia tutto quello che produce credo che i suoi conti non sarebbero in rosso. Invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Poi l’ho ripubblicato in proprio, con il seguito. Poi è arrivata VFS.

Il protagonista, in questo caso, è un tale Luca Boschiero, il cui nome nei film francesi viene storpiato in Boschieró. Ma sei davvero tu? Quali differenze vi sono tra Boschiero e Boschieró.

Nessuna.

In fatto di innovazioni, i tuoi due romanzi ambientati nel Filmondo scherzano non poco. La metaletteratura esisteva già prima, vedi Calvino, Queneau, Cervantes. E anche il cinema ha utilizzato i metalivelli spesso e volentieri, vedi Woody Allen e Mel Brooks, sempre a titolo di esempio. Tu hai fatto un passo avanti: hai reso il cinema metaletterario. Una scelta a monte, o un’intuizione geniale?

Diciamo un’intuizione. Il cinema ha trattato abbondantemente il tema dell’Oltreschermo (dopo l’Oltreschermo c’è il Filmondo…): io ho trattato il tema in letteratura. Il livello di complicazione si impenna, poiché sappiamo che il Filmondo è contiguo al Libromondo e al Fumettomondo. In queste terre di confine sono nati numerosissimi frutti, anche se non sempre belli a vedersi. Se si facesse un film sul mio libro si andrebbe in loop.

Odi davvero i film francesi?

Non mi piace quando lo stile diventa maniera. In quei casi la mia irritazione può tramutarsi in odio. A cavallo tra la fine degli anni ’60 e i ’70, il cinema francese ha imboccato la strada del manierismo, inzuppato di vezzi, stereotipi stilistici e cliché. Un cine-rococò insopportabile. Ma visto che detesto in egual misura il manierismo di Fellini post Dolce vita (le “fellinate”) non posso certo essere tacciato di xenofobia.

Come concili la scrittura con i rapporti familiari, il lavoro e via dicendo? Hai un orario preferito per scrivere?

Quando avevo una famiglia era dura, nessuno doveva disturbare il processo creativo e scrivevo di sera e il sabato e la domenica. Ora che una famiglia non l’ho più, ogni momento è buono per scrivere e, quindi, non scrivo più.

Secondo te un autore può scrivere tutto quello che gli passa per la testa, o il rapporto con il pubblico gli impone delle restrizioni?

L’unico impedimento è il rapporto con sé stesso. Il pubblico non esiste, nel senso che è un’entità virtuale.

Perché hai deciso di metterti a scrivere? Non ci sono già abbastanza persone che mettono a rischio l’ecosistema sprecando carta stampata?

Sì, e io voglio essere una di loro.

Quali scrittori costituiscono il tuo punto di riferimento letterario? O forse dovrei dire… quali registi?

Scrittori; John Fante di Chiedi alla polvere per la narrazione in prima persona, Stephen King per la descrizione alla moviola degli stati d’animo; Dan Simmons e Il primo Philip José Farmer per i metauniversi; Tom Sharp per lo humour, Kurt Vonnegut per la composizione narrativa, James Ellroy e Jim Thompson per il ritmo. Registi: Don Siegel e Sam Packinpah per il racconto; Monicelli è il più grande degli italiani e Joseph Losey lo considero un genio.

I tuoi prossimi progetti letterari?

Finire Rami elementari, terza parte della saga di Zeno Santini. Genere: giallo omoeopaticamente surreale. Io adoro Zeno. Poi ho in testa il plot della terza parte della saga del Filmondo, ma dubito vedrà mai la luce.

Grazie, Luca, per la tua disponibilità e simpatia. A presto!

lunedì 7 marzo 2016

Intervista: Luca Taglianetti

Il nome di Theodor Kittelsen (1857-1914) è ben noto agli amanti del metal scandinavo, quello estremo in particolare. I dipinti dell’artista norvegese sono stati utilizzati più volte come copertine dei vari dischi marchiati Burzum, Taake, Otyg, Satyricon e molti altri, segno inequivocabile della notorietà del pittore/poeta nel circuito metal. Incredibilmente il suo libro illustrato Svartedauden. La Morte Nera, descritto da Leif Østby come “il punto più alto della carriera artistica di Kittelsen, lavoro originale, immaginifico e unico” non è mai stato tradotto in nessuna lingua, fino a quando, in occasione dei cento anni dalla morte dell’artista norvegese, la casa editrice Vocifuoriscena ha pubblicato il volume tradotto, curato e commentato da Luca Taglianetti: un librino affascinante e cupo,  romantico quanto macabro nelle descrizioni e nelle gelide atmosfere descritte da Kittelsen. Con un tema come la Morte Nera, la peste che devastò l’Europa del XIV secolo, non poteva essere diversamente. Importanti al pari delle poesie, le illustrazioni non lasciano speranza tanto sono lo strazio e il decadimento, la morte e la sconfitta dell’uomo dinanzi a Pesta, colei che rastrella tutte le persone che trova.

Ho intervistato Luca Taglianetti per saperne di più sul libro Svartedauden. La Morte Nera, ma anche per farvi conoscere uno studioso che ha pubblicato in precedenza due libri sulle leggende e i racconti popolari della Norvegia, nonché appassionato di heavy metal e degli Otyg in particolare.




Per prima cosa direi di presentarti ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio, sono studioso e traduttore di letteratura scandinava; dal 2012 sono membro onorario dell’Asbjørnsenselskapet per cui svolgo ricerca nell’ambito delle tradizioni popolari, leggende, racconti e ballate scandinave; ho partecipato a vari convegni di scandinavistica e seminari (Firenze 2013, Milano 201).

Partiamo dal recente Svartedauden. La Morte Nera, libricino contenente le ballate di Theodor Kittelsen sulla peste, arricchito dai disegni in bianco e nero dell’autore. Come e quando ti è venuta l’idea di tradurre quest’opera?

La prima volta che ho visto i disegni di Kittelsen per Svartedauen è stato più di dieci anni fa, quando ho acquistato Hvis lyset tar oss di Burzum, da allora mi sono sempre più appassionato a questo artista, sia per i suoi dipinti che per il suo modo di intendere la natura e l’arte, ma solo di recente, nel mio ultimo soggiorno in Norvegia, ho scoperto che a quei disegni si accompagnavano anche delle poesie; mi trovavo a casa di un amico norvegese che aveva una delle ristampe del libro e leggendole ho capito l’alta qualità delle composizioni; tornato in Italia, dopo una breve ricerca, ho scoperto che non erano mai state tradotte in nessuna lingua, così ho deciso che anche chi non aveva facile accesso al norvegese, potesse godere di questo capolavoro!

In quale misura pensi che Kittelsen abbia influenzato il mondo dell’heavy metal?

Dal punto di vista dell’imagery tantissimo, penso sia l’unico pittore i cui quadri/dipinti siano stati utilizzati da così tante band.

Quando si parla di Theodor Kittelsen si pensa immediatamente ai dipinti che sono poi diventati le copertine dei vari Burzum, Wongraven, Taake, Surturs Lohe, Empyrium e Satyricon per fare solo alcuni nomi. Qual è l’elemento di quei dipinti che secondo il tuo parere ha colpito così tanti musicisti?

In Norvegia, Kittelsen è un’istituzione, tutti, quando pensano ai troll e agli esseri soprannaturali, hanno in mente le raffigurazioni fatte da lui; la fortuna ha voluto che fosse uno tra i primi e principali illustratori delle fiabe norvegesi con cui i giovani norvegesi sono cresciuti, penso che una reminiscenza di quelle storie fantastiche sia rimasta nei musicisti e che quindi da adulti abbiano trovano naturale utilizzare quelle immagini associate ai loro dischi.


Sei a conoscenza se alcuni gruppi hanno preso in considerazione le sue poesie per alcune canzoni?

Che io sappia solo un gruppo ha utilizzato Svartedauen come concept di un proprio disco, i When.

Nel 2012 hai pubblicato Racconti e leggende popolari norvegesi per l’editore Controluce: si tratta della prima traduzione integrale delle leggende trascritte da Peter Christen Asbjørnsen. Come mai abbiamo dovuto aspettare fino al 2012 per avere un libro del genere? Poco interesse verso la materia?

Se a oggi, esclusa la mia opera, non esiste una traduzione completa delle Norske huldreeventyr og folkesagn, non è dato solo dall’effettiva complessità della traduzione di un’opera che incorpora in sé tanti dialetti diversi, tanti modi di dire ormai non più in uso e di difficile recezione dagli stessi norvegesi, ma soprattutto dal fatto che le Norske huldreeventyr og folkesagn hanno sempre vissuto all’ombra delle Norske folkeeventyr, le fiabe norvegesi, raccolte e pubblicate da Asbjørnsen e Moe negli anni 1841-1844.


Due anni dopo, invece, hai pubblicato con Aracne il volume Leggende popolari norvegesi di Andreas Faye, risalente al 1833 nella prima versione. Quali sono i temi ricorrenti di queste leggende?

L’antologia di Faye è divisa in varie parti, come era uso nelle prime raccolte di leggende popolari ottocentesche, si va dalla descrizione e alle relative leggende sugli esseri soprannaturali (giganti, troll, esseri acquatici, folletti e non-morti), alle leggende storiche su personaggi delle saghe e della storia norvegese (sant’Olav, Haraldr Bellachioma), alle leggende sulla peste e sull’origine del nome di alcuni luoghi naturali di Norvegia (leggende eziologiche).

C’è una domanda che potrebbe porsi la persona che non ha avuto modo di leggere i libri di Asbjørnsen e Faye, ovvero: cosa cambia tra i due se entrambi riportano le leggende norvegesi?

Le leggende di Asbjørnsen provengono prettamente dall’area intorno Oslo e dalla zona orientale della Norvegia (escluse alcune dal Nordland), Faye copre un più ampio spettro di indagine, inoltre le leggende di Asbjørnsen vengono sempre introdotte da una cornice in cui l’autore spiega i modi e i tempi di ricezione della materia popolare, e quindi hanno anche un valore letterario, le leggende di Faye invece non sono “abbellite” da nessuna premessa, la leggenda viene presentata così come è.

Quale pensi che sia il ruolo delle leggende popolari nel mondo odierno?

Da un punto di vista speculativo penso possano offrirci la chiave di lettura di molti comportamenti, rituali, e la Weltanschauung dell’uomo pre-rivoluzione industriale.



Musicalmente sei molto legato a Otyg e Vintersorg in particolare, da dove nasce questo amore?

Insieme a Bergtatt degli Ulver, penso che i loro album siano stati i primi a offrire una “colonna sonora” ai miei studi sul folklore scandinavo credibile in fatto di accuratezza nei confronti della materia trattata, mentre altre band incentravano i loro lavori su tematiche più ideologiche, religiose o altro, Otyg e Vintersorg parlavano degli “esseri sotterranei” scandinavi e dei loro contatti col mondo esterno.

Abbiamo collaborato per il libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: il tuo aiuto per i testi di Otyg e Windir è stato fondamentale. Di cosa trattano le liriche di questi gruppi e cosa ti colpisce in particolare degli Otyg?

Le tematiche degli Otyg riguardano in generale gli esseri soprannaturali e le leggende scandinave con uno sguardo alla natura sognante, romantica ma anche aspra del Norrland, la regione da dove proviene Hedlund; i testi dei Windir sono più personali e associati alla storia del Sognedal. Degli Otyg mi colpiscono sia i testi, come già detto, molto accurati e mai banali, sia le musiche originali e vicine al folk scandinavo.

Quali sono i tuoi ascolti sia in ambito metal che al di fuori? Vuoi segnalare qualche band poco nota in Italia che segui con interesse?

A parte i classici del black norvegese dei ’90, al momento sono molto preso da Chelsea Wolfe e dal suo ultimo album, è praticamente fisso nel mio lettore! Segnalo un gruppo di folk rock/metal norvegese, Bergtatt, con all’attivo due album, soprattutto il primo Røtter, e la discografia dei Gåte; immensi anche i finlandesi Tenhi.

Hai mai pensato di scrivere un libro “musicale”?

Nei primi anni del 2000 avevo un sito, Nordens Skalder, in cui pubblicavo le mie traduzioni di testi di gruppi norvegesi, ed era abbastanza famoso all’epoca, poi ho scoperto che molti “saccheggiavano” le mie traduzioni senza riconoscerne la mia paternità affibbiando a loro stessi il mio duro lavoro, quindi decisi di chiuderlo; se dovessi scrivere un libro sarebbe incentrato sui testi e la loro spiegazione.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Sto preparando un articolo sugli Otyg e la rappresentazione degli esseri soprannaturali che ne risulta dai loro testi, e sarà pubblicato in una miscellanea spero entro la fine dell’anno. Sto traducendo alcune fiabe e ormai sto concludendo un lavoro decennale su una ballata medievale norvegese in dialetto. A breve dovrebbe essere pubblicato un mio articolo su Ibsen sugli Annali dell’Istituto Orientale di Napoli.

Sono felice di averti ospitato sulle pagine di Mister Folk, come possono i lettori essere aggiornati sui tuoi lavori?

Possono seguirmi su academia https://asbjornsenselskapet.academia.edu/LucaTaglianetti. Per acquistare Svartedauen. La Morte Nera, il modo più veloce ed economico e farlo direttamente dalla pagina della casa editrice, QUI.


Articolo postato su Mister Folk, che si ringrazia per il cortese permesso di pubblicazione.